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Per aspera ad astra è il tema di C2C Festival per un’edizione dedicata alla memoria del compianto Sergio Ricciardone, che ha reso un evento simbolo della città di Torino un appuntamento musicale in grado di avere attenzioni ed estimatori da ogni parte d’Europa e del mondo (guarda l’album con tutte le foto di Andrea Pagano). Il fondatore e direttore artistico scomparso lo scorso marzo – quando buona parte del cartellone era già stato annunciato – ha passato il testimone al suo preparatissimo staff composto quasi esclusivamente da under 40 che è riuscito nell’impresa, in un anno davvero delicato sotto il profilo emotivo, di superare i record dell’edizione 2024: quarantadue mila presenze nel corso del weekend di cui 4 su 10 dall’estero. Per dirlo in termini ancora più eloquenti, quasi ventimila persone hanno scelto di venire in Italia dall’estero per prendere parte alla quattro giorni di serate ospitate come di consueto da Lingotto e OGR e agli eventi “paralleli” di C2C Talks al Teatro Regio in Piazza Castello e l’inedito showcase domenicale della YOUNG alla storica e suggestiva sala da ballo Le Roi che ha dato spazio a novità dell’influente label britannica come Isaiah Hull, Tommy Barlow e Anysia Kim, affiancati da un djset di Taylor Skye dei Jockstrap.

Quattro giornate con 68 artisti da 21 paesi di ogni parte del mondo sono davvero un unicum per l’Italia, senza big da facile sold out, almeno dalle nostri parti, o di facile richiamo, fatta eccezione per alcuni nomi storici di quel che fu Club To Club come gli inossidabili Four Tet e Floating Points che in djset dà sempre il meglio di sé senza troppi compromessi, l’accoppiata inedita Iosonouncane & Daniela Pes, e Nicholas Jaar nel suo progetto tra elettronica ambientale e spoken word Sufi al fianco dell’artista americano di origini pachistane Ali Sethi. E anzi lo stesso Jaar che nella giornata di venerdì ha incentivato un’affluenza superiore alla media nella fascia pre-serale, è stato invitato nella domenica di chiusura senza essere mai annunciato. Altrove sarebbe un azzardo e resterà nella memoria di chi ha resistito fino alle 24 di domenica il suo djset sciamanico, e a tratti oscuro, con commovente tributo a Sergio Ricciardone sulle note di “Voglio vederti danzare” di Battiato (sorprendente e memorabile nome in line-up nel 2014).
Nell’azzardo era lui uno dei tre punti interrogativi presenti in cartellone insieme all’altro resident de facto Kode9 e al fondatore di PAN Records Bill Kouligas che hanno chiuso le notti del sempre suggestivo e potente Stone Island Stage. In una recente intervista il nuovo direttore Guido Savini aveva manifestato l’ambizioso sogno di realizzare un’edizione senza annunciare i nomi in line-up e questa strada apparentemente utopica non è così lontana dalla rotta intrapresa da un festival sempre più traversale in questo suo sguardo contemporaneo sospeso tra avant-pop ed elettronica, in senso lato e in grado di arrivare senza scelte semplici al sold out delle serate principali con consistente anticipo. Perché lo stesso Blood Orange che è un altro dei nomi dal peso specifico maggiore tra quelli in cartellone non è certamente un big da facile richiamo per quello cui siamo abituati in Italia e la sua performance dal vivo, a sette anni di distanza dalla sua prima e unica volta al festival, ha ripagato le attese con un elegante carrellata dei classici della sua carriera dagli albori all’ultimo acclamato “Essex Honey”.

Ancora meglio fa Nourished By Time che con l’eccellente “The Passionate Ones” sta raccogliendo i giusti risultati di una lunga gavetta. E, tra gli altri momenti migliori del weekend, restando in ottica East Coast americana il solito billy woods con la sua lectio magistralis di conscious rap e il contraltare in chiave grime/britannica Florence Sinclair. In una line-up che ha regalato momenti d’autore con le ottime Annahstacia, Mabe Fratti (tornata col progetto Titanic insieme a I. La Catolica), le norvegesi quintessenza dell’avant-pop scandinavo (Jenny Hval e le “eredi” Smerz), a rappresentare la parte più clubbing ci pensano dei nomi non da poco da veri cultori: gli ineccepibili Blawan, Skee Mask e Djrum, i local hero XIII & Sabla, il caleidoscopico set IDM di Barker (tra gli highlight del festival) e quelli dalle tendenze più latin di Kelman Duran e DJ Python che ha sconfitto senza paura il timore reverenziale da big room con un set travolgente e davvero eterogeneo per BPM e sonorità nel venerdì del Lingotto.

In un cartellone così vario gli animi più nostalgici hanno trovato ristoro tra le chitarre di Maria Somerville, lo show del clown tragico della dark-wave John Maus o le sfuriate no-wave ai tempi di Internet di Model/Actriz e YHWH Nailgun. E quelli più introspettivi nell’intrigante progetto psycho-tribale Los Thuthanaka dei fratelli boliviani Chuquimamani-Condori e Joshua Chuquimia Crampton oppure nelle suggestioni ambient di Daniel Blumberg, fresco di Oscar come Miglior Colonna Sonora per “The Brutalist”. Ovviamente in un festival che nel pubblico – bellissimo e rispettoso – ha una nutrita percentuale di Gen Z, non può mancare la freschezza: e quindi il ritorno di un mezzo resident del festival come l’imprendibile A.G. Cook, la prima volta della promettente Saya Grey e dell’emo-rapper Ecco2K fondatore della gloriosa Drain Gang svedese, e poi in ambito due momenti tra i più frizzanti e leggeri del weekend a Lingotto: il set tra hyperpop ed euro-dance di Mechatok e quello reggaeton di Isabella Lovestory. Tutto nello stesso festival, come succede nei grandi festival europei e internazionali che hanno abbattuto le distanze tra generi musicali.
La direzione artistica di C2C Festival è ormai chiara e ben equilibrata per quanto una proposta musicale del genere in Italia sia – è doveroso ricordarcelo – tutt’altro che scontata e semplice.
Del resto, per citare il claim del 2025, una via semplice dalla terra alle stelle non esiste.
Tutte le foto sono di Andrea Pagano, album completo qui.

