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Dirty Projectors, Concerto al Circolo degli Artisti (Roma) (23 settembre 2009)
Quando Pitchfork non sbaglia il colpo
Qualche volta quello che luccica può anche essere oro. Son queste le conclusioni cui perviene la mente manomessa e un po’ oscurata di un diffidente naturale (vale a dire il sottoscritto) di ciò che da qualche tempo il buon Pitchfork propaganda al pubblico trasversale delle blogosfere unificate come la musica più terribilmente rivoluzionaria e figa di questo tempo crudele e stantio. A dire il vero il disco già parlava da solo (avanzando una seria candidatura a miglior album pop fatto con mezzi e stili rigorosamente non pop dell’anno), ma che i Dirty Projectors potessero rivelarsi una macchina da guerra così implacabile e dolcissima, perfettamente oliata nei suoi ingranaggi e dinamiche interne, be’, è stata una sorpresa più che piacevole, di quelle che ti svoltano una settimana tetramente lavorativa, scolpendoti un sorriso a prova di proiettile cinico-pessimistico a lunga scadenza.
Dopo aver brindato col prode Lorenzo, festeggiando l’ultimo esame effettivo del suo cursus honorum e ricomponendo i cocci scheggiati di un’estate scivolata di mano tra alti troppo alti e bassi troppo bassi senza colpo ferire, ci siamo dunque approssimati con curiosità alla sala concerti del nostro Circolo, mentre l’incantevole corista (nonché chitarrista nonché tastierista nonché ragazza strappacuore) Angel Deradoorian perfezionava un’intervista a pochi metri dal nostro angolino di mondo incontaminato. E proprio lei inaugura l’inizio delle danze con un pezzo suo, accompagnata alla fender mancina da un Dave Longstreeth scarmigliato e infeltrito come uno studente di meccanica quantistica appena uscito dalla casa dello studente di Yale (sempre che ne esista una, beninteso).
Afro-global-indie tra alpache e microchip
Appena un istante e subito inizia a zampillare una raffica ininterrotta di canzoni quasi sempre incredibili (per lo più dagli ultimi tre album, con una lieve prevalenza di estratti dal più recente “Bitte Orca”), che ad ogni nuovo imbecco ti fanno pensare, “Finalmente un gruppo indie felice” oppure, ancora meglio, “Finalmente un gruppo indie felice di essere felice”. Che poi tanto indie normale e ordinario propriamente non sarebbe, tanto che verrebbe quasi voglia di appellarlo in maniera un po’ maldestra (e furbesca) afro global indie etnografico, con il cervello a New York, il cuore a Dakar e lo spirito a Machu Picchu, tra alpache cotonose (guardatevi il video di “Stillness Is The Move”) e piramidi a gradoni inghiottite da un vegetazione cresputa e verdognola. Un retro avant pop primitivo e ultramoderno, elementare come una pittura parietale neanderthaliana, futuristico come un microchip venusiano.
Come dei Wampire Weekend che abbiano letto Nietszche (il cui volto compare nel retro dell’ultimo cd) o un gruppo Motown (facciamo i Temptations?) rieseguito da una comune di stortissimi teoreti della scomposizione cubista, questi Dirty Projectors non dimenticano di essere prima di tutto un gruppo di artigiani pop dalla mano ferma e capace, con voci femminili (in tutto sono tre!) che gorgheggiano come e meglio delle Destiny’s Child dei bei tempi e disegnano nell’aria paradisi volatili di candido soul trasparente, mentre una batteria tambureggiante e dionisiaca tiene il tempo ad un Dave Longstreeth che vortica la testa su e giù come uno struzzo-derviscio bislacco e impazzito, che con le mani ritorce e intreccia le corde della chitarra quasi fossero un fascio di vimini o un telaio di suoni sottilmente intessuti.
Ottimismo nel cuore
Il concerto finisce con un breve bis e nel complesso non dura molto (solomonicamente il giusto), lasciando in bocca e sul cuore una cenere di gustoso ottimismo da rigirarsi nei pensieri, tanto che aspettando in fila nei bagni una misteriosa bionda francamente affascinate attacca bottone (come nella vita non succede mai!) esultando “ Ma che belli i Dirty Projectors!!!”, quasi a far brillare la luce finale di una superiore speranza in quello che ancora può riuscire a sorprenderci.
(Francesco Giordani)

