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Tra le spinte sotto-culturali più interessanti fuoriuscite dal movimento punk c’è sicuramente la promozione dell’autoproduzione, il Do-It-Yourself (per gli amici DIY). Se il punk infatti metteva in discussione l’intero sistema da cima a fondo, non poteva che prendersela anche con tutto quello che riguardava la produzione e distribuzione musicale in mano alle grandi major, ai direttori artistici, gli A&R e a ciò che metteva in collegamento la musica con la vendita, il profitto e l’eterodirezione.
Una della band che ha interpretato al meglio questo peculiare aspetto del punk sono i londinesi Desperate Bicycles, formazione che vede come leader stabile il cantante Danny Wigley e che ha alternato vari componenti nel tempo.
Il 45 giri di debutto, Smokescreen/Handlebars del 1977, può essere considerato il manifesto esplicito di questa etica. Il gruppo crea un’etichetta indipendente (la Refill Records) e compone, registra, stampa le copie dei dishi, ciclostila la copertina, in autonomia e con pochi mezzi di fortuna. Il brano sul lato A è una sorta di sgangherata ma trascinante filastrocca basata su un riff di un organo e con il ritmo portato percuotendo ossessivamente un unico timpano, probabilmente tutta la batteria che potevano permettersi. La canzone termina con l’incitamento a fare come loro:
“It was easy and cheap: C’mon and do it!”
(È stato semplice ed economico: fatelo tutti)

I primi singoli ed EP sono piccoli capolavori di critica sociale, ironia, arrangiamenti minimali e sonorità low-fi, a metà strada tra cori da stadio e un infantilismo quasi barrettiano. In “(I Make The) Product” riecheggia la riflessione marxista sull’alienazione del lavoro (“I make the product, I am the product, and the product lives”) mentre in “Advice on Arrest” vengono elencate tutte le cose da fare e non fare quando si viene arrestati per vedere rispettati i propri diritti e per non farsi fregare dalle forze dell’ordine.
Nel singolo “Occupied Territory“, assistiamo ad una prima evoluzione nel sound del gruppo che si fa leggermente più sofisticato, proponendo una canzone che alterna in modo bizzaro parti di folk acustico a un refrain che sembra uscito da un demo malconcio dei Velvet Underground.
Nel 1979 i Desperate Bicycles riescono finalmente ad assemblare un vero e proprio album, Remorse Code, prodotto con mezzi più professionali. La formazione è composta anche da musicisti dotati di migliore qualità esecutiva, in particolare per quanto riguarda le linee di basso sempre interessanti, specie nella movimentata “Walking The Talking Channel” e nella conclusiva “Blasting Radio” che rappresenta forse l’apice dell’album. L’uscita discografica che chiude la loro carriera è il 45giri “Grief Is Very Private” che contiene tre brani così fuori dagli schemi che descriverli è quasi impossibile.
Si tratta di un vero peccato che questi lavori non siano mai stati ristampati in maniera ufficiale: attualmente vi sono solo delle raccolte bootleg che circolano nel web e, date le tirature limitate dei dischi originali, le quotazioni sul mercato dell’usato sono (come è facile immaginare) alle stelle.
(Eulalia Cambria)


