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Uniti nello spirito, non nel genere
Come dei PR londinesi hanno fondato un’etichetta modificando il concetto di musica indie negli ultimi anni. Si può riassumere in poche parole la genesi e ascesa della label londinese Brace Yourself Records. Veterani dell’industria che dopo aver lavorato con artisti del calibro di Tricky, Mitski e Ezra Collective decidono di prendere sotto la propria ala le giovani leve del sottobosco britannico.
Senza una linea rigida o canoni imposti ma dando grande libertà di espressione, così che nel roster dell’etichetta si trovano sia gli Italia 90, con il loro post-punk che guarda anche a jazz e avanguardia, che un trio post-rock di influenze emo (i Dog Unit) opppure un producer come Laundromat più collocabile tra IDM, funk e kraut.
Se si volesse trovare un aspetto comune tra i vari artisti c’è una strategia di pubblicazioni sulla breve distanza – singoli in fomato 7″, EP – che guidano nel tempo massimo di un lustro all’esordio vero e proprio con brani completamente inediti. È il caso anche della band di cui mi occupo oggi, le Grandmas House (chissà se il nome si riferisce in qualche maniera all’omonimo film drammatico del 2016 per la regia di Paul Hannah).
Quattro ragazze innamorate del garage-blues all’LP di debutto
Yasmin Berndt (voce e chitarra), Poppy Dodgson (voce e batteria), Zoe Zinsmeister al basso fondano il gruppo nella natale Bristol un istante prima della discesa pandemica.
Il brano che le fa scoprire a pubblico e addetti ai lavori è “Always Happy” del 2012, quasi 1 milione e duecentomila riproduzioni su Spotify: si notano immediatamente i tratti distintivi del terzetto, con la chitarra che suona come una granata e “rubata” a Poison Ivy, voce impastata di mille sigarette e ritmiche imbizzarrite quanto solide e circolari. Un Ep omonimo e un’altra hit con “Body”, dove la scrittura si alza di livello, ed è il tempo del primo disco completo, forte dell’aggiunta in line-up della chitarra solista di Polly Jessett.
Lo lancia “Dog”, un inno in stile cow-punk che parla della malattia cronica di una delle ragazze e le difficoltà che ne sono conseguite: Quiet, keep it all on the hush/Stop the pain from hurting, cold to the touch/Got you growling through gritted teeth, ooh-oh/The doctor always said this pill is all you’ll ever need, integrata da un chorus fortissimo dove si possa prendere il respiro in mezzo a un panorama di tensione e oscurità.
“Blue Oblivion” mostra la nuova direzione del gruppo, per un pezzo bellissimo che si costruisce per gradi suonando vicino tanto ai Cure quanto agli Screaming Trees; il difetto infatti che vedo nel materiale precedente a questo album è una certa omogeneità e ripetizione delle idee, non per niente le canzoni non superano mai il limite dei due minuti e mezzo. “Soaked” rallenta la corsa a vantaggio della bellezza degli arrangiamenti e si inserisce con il suo folk-rock nella tradizione aggiornata da Fontaines DC prima e The Cardinals poi.
Altrove in Baby You’re A Winner! il quartetto suona aspro e marcio riportando al mondo delle nuggets anni sessanta (“Next Big Hit”, “The Table”), mentre “Hurricane” occhieggia al glam e “Taxidermy” ai già citati The Cramps, tra surf e rockabilly; tuttavia sono chiare anche le influenze dei Nothing – e quindi il nuovo shoegaze – e soprattutto delle ultime indie band al femminile come Lambrini Girls, Sprints e The New Eves, per un mood gotico, magari meno appariscenti ma comunque con quel perchè.
Sognando la primavera…e di vederle in Italia quanto prima
Il disco è stato registrato ai Playpen di Bristol, con la produzione e il mix di Ali Chant (Youth Lagoon, Soccer Mommy), e si chiude con una doppietta splendida di brani in cui le Grandmas House mettono in vetrina le loro doti melodiche: “How It Is”, cantata dalla Dogson, ricorda The Auteurs e tutto il britpop più defilato mentre “Spring” è una poesia corale densa di speranza, con un sassofono a unirsi in una danza leggera e liberatoria.
La nostra speranza è che le Grandmas House non aspettino la primavera per farsi vive in Italia e confermare on stage la bontà delle dodici tracce inserite nel loro primo disco.
76/100

