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The English Riviera
I Pigeon sono un quintetto britannico, per la precisione di Margate, località marittima che fa pensare alla “English Riviera” di Metronomy, sebbene i Pigeon con Metronomy non abbiano moltissimo da spartire. Se provassimo a etichettare il suono di “Outtanational” (primo album dopo un EP di qualche anno fa) di tag ne potremmo usare molti e, almeno in questo caso, può essere una buonissima cosa. Presentano un suono che già dopo una manciata di singoli era ben riconoscibile ma per definirlo a parole vanno scomodati veramente tanti appellativi da afro-beat, cosmic, new wave, krautrock e diversa altra roba ancora. Di sicuro risulta molto caratterizzante il timbro, lo stile, la pronuncia stessa del cantante Falle Nioke, originario della Guinea. E pensare che inizialmente, prima di diventare il frontman e anche un po’ l’immagine dei Pigeon si limitava ad essere un percussionista, forse non marginale ma certamente non così connotante come nell’attuale assetto. Sugli albori della band si narra che nel 2021 i ragazzi si trovavano a jammare anche per riuscire a smaltire la cocente delusione di un europeo perso in casa, in finale con l’Italia.
Dalla Guinea all’Inghilterra viaggiando per l’Africa
La storia di Falle Nioke, romanzata o meno è una storia di migrazione e nomadismo. La vicenda ha a che fare con peregrinazioni a suon di improvvisazioni con altri musicisti tra paesi come il Senegal e il Gambia, fino all’Inghilterra. La componente afro, così ben in evidenza in un impianto musicale in discreta parte europeo (per come siamo soliti identificare post-punk e krautrock) dà la marcia in più, a partire, come detto, dal cantato. Cantato che tra l’altro è estremamente versatile perché va dal falsetto al punk e con un gusto melodico che richiama (più o meno volontariamente) esperienze come quelle dei Witch da una parte e del sempre citato William Onyeabor da un’altra. Ma qui c’è qualcosa di differente rispetto alle pur validissime commistioni che abbiamo imparato ad apprezzate attraverso band come gli Algiers o i TV On The Radio perché il vero baricentro sonoro dei Pigeon sta più lì, decisamente a sud del mediterraneo. Però a dirla tutta non siamo nemmeno esattamente dalle parti di esperienze come Africa Express di Damon Albarn perché il contraltare spesso quadrato, ritmicamente riconducibile più agli LCD Soundsystem che al funk è tutt’altro che laterale. Ed è forse questa la loro specificità, cioè il modo in cui sul ritmo ossessivo e di facilissima presa di “Black James Dean” s’incastra naturalmente il tono sfilacciato, un po’ spaventoso, da predicatore di strada dell’ottimo leader. Sui ritmi va ribadito che siamo comunque a godere di un largo ventaglio, considerato anche che proprio alla batteria c’è Graham Godfrey che ha lavorato con Kiwanuka e i Sault.
Verso il cuore di “Outtanational”
“Miami”, traccia dal sicuro impatto è forse la più vicina ad un’idea di new wave piuttosto revivalista. Hanno probabilmente maggiore personalità “Mirror Test” e “Horse With a Blind”. Il sentore rassicurante dei Talking Heads aleggia più e più volte ma non ci vedrei certo qualcosa di sbagliato. Una canzone che può fungere da buon biglietto da visita è anche “117”, cosmic funk che arriva a metà lavoro a sancire (in un suono così composito non bastano il primo paio di buoni brani) a dirci chi effettivamente sono i Pigeon. Ed è lì ad indicare che verosimilmente, la dimensione live può essere il vero contesto per far girare a mille il loro motore. Stai a vedere che la cosa del cantante che ha girato una fetta di Africa suonando con la gente è tutta vera. La storia degli esiti generati dalla finale con l’Italia, invece, non so. Nel 2026, ad ogni modo non corrono rischi di frustrazioni per via del tricolore.
74/100
(Marco Bachini)

