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Emozioni fuori dagli algoritmi
È sempre più difficile emozionarsi, ma i Lithia da Chicago sembra che ancora lo facciano. Succhiano la vita e si emozionano. Guardano dei panorami e si emozionano. Suonano quel loro shoegaze-pop così d’impatto e allora siamo noi quelli che vengono colpiti da un fremito. Sembra strano consigliare un album di una band che ha 433 ascoltatori mensili su Spotify come se fossero dei salvatori della Patria, ma invece è proprio quello che si deve fare. Andare oltre gli algoritmi. Lanciare il cuore oltre l’ostacolo, si diceva una volta.
“La casa rosa”: soglia tra fascino e inquietudine
“Pink House” ha già una copertina che mi aveva colpito, utilizzata in parte anche per il primo singolo “The Mire” (“la casa rosa” c’è sullo sfondo mentre qui è in primo piano), e l’avevo messa come miglior cover tra i miei awards 2025. Quello è già il programma: una casa nel nulla, basta aprire la porta ed entrarci, e non si sa bene se ci sarà qualcosa di bello o di inquietante. Lo stile vittoriano, si sa, fa molto horror.
«Sono sempre stata attratta dai luoghi che sembrano dimenticati dal tempo. La Pink House è un posto reale in cui mi sono imbattuta mentre guidavo. Mi sono fermata per scattare una foto, senza conoscere la storia dietro al fatto che fosse una “spite house” (un’abitazione costruita appositamente per irritare qualcuno, n.d.r.) costruita in seguito a un accordo di divorzio che non specificava un punto preciso dove edificare. In seguito è stata collegata all’acqua salata ed è diventata completamente inabitabile. Nessuno sa davvero se questa storia sia vera. Ma la casa stessa sembra quasi uno specchio dell’incapacità di perdonare. Nulla potrebbe sopravvivervi, se non se stessa».
Ricordi sonori e bellezza condivisa
La musica dei Lithia non è perturbante, bensì è fatta di quella consistenza che sono i ricordi vividi: il pop alla Coldplay di “Self Isolation”, quegli accordi sgranati e malinconici di “Badlands”, la compattezza melodica in cui fa capolino qualcosa di sintetico (i Kasabian?) di “The Mire”. La voce di Sylvia Koch-Weser è evocativa il giusto, non modula inutilmente quanto invece punta la nota e la dilata. Arie e melodie che si attaccano alla pelle come un brivido consapevole, quadri in lontananza (“Where I Went Wrong”) che viene voglia di stare a rimirarli senza far nulla. Il dolce far nulla.
Perché se un album così non sarà mai conosciuto dai più, allora siamo noi che possiamo farne partecipe qualcuno. Ci ringrazierà.
80/100
(Paolo Bardelli)

