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Dodici anni dopo la sua ultima apparizione romana (era il 2014, sul palco dell’Ex-Cartiera Latina al Parco dell’Appia Antica) Lucrecia Dalt è tornata nella capitale. La compositrice sperimentale colombiana arriva forte di un nuovo disco e di un consenso critico internazionale sempre più solido: l’occasione è A Danger to Ourselves, settimo lavoro in studio coprodotto con David Sylvian e pubblicato a settembre 2025 su RVNG Intl; lo stesso album che ci aveva convinti a sceglierla come artista di copertina per il nostro numero di settembre. Ad accoglierla, questa volta, non un teatro ma lo spazio raccolto e buio del Monk.
Sul palco sono in tre. Dalt al centro, dietro una postazione di laptop, mixer e processori di effetti che somiglia più a un altare, con chitarra elettrica e classica a portata di mano; Alex Lázaro alla batteria, Cyrus Campbell al basso elettrico e contrabbasso. Insieme costruiscono un set che spazia dai momenti di sola chitarra classica, fino alle esplosioni distorte in cui la chitarra elettrica diventa uno strumento da percuotere e strofinare, per ricavarne slide, echi e riverberi.
In mezzo c’è tutto il resto: i ritmi latineggianti radicati nella formazione colombiana di Dalt, cresciuta tra cumbia e currulao; una deriva dub che rallenta il tempo e lo incupisce; e poi la voce, trattata anch’essa come uno strumento. Sul palco, infatti, Dalt lavora con due microfoni: su uno accumula strati di voce, intrecciando loop ed effetti; sull’altro alterna voce intonata e spoken word, con la stessa precisione con cui costruisce tutto il resto.
Lázaro, dal canto suo, governa una batteria che è già di per sé uno spettacolo: rullanti, congas, vibrafono e piatti disposti ad altezze e angolazioni quasi sconcertanti. Seguirlo mentre si distende attorno a questa architettura improbabile è uno dei piaceri principali della serata. Campbell e Dalt rispondono con calma statuaria. Solo raramente lei si sposta, e quando lo fa è con passi lenti e misurati. Si ferma, fissa l’oscurità sopra le nostre teste, e la sua voce ci guida attraverso di essa come il richiamo di una sirena. Lo spettacolo è difficilmente classificabile, e lei lo sa: a un certo punto, bicchiere di vino bianco in mano, Lucrecia Dalt osserva la sala con l’aria soddisfatta di chi sa di averci messi, con grande efficacia, sotto il proprio incantesimo.


