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A Place to Bury Strangers, 23 aprile 2026, Santeria Toscana 31, Milano
Assistere, io per la prima volta, a una esibizione degli A Place to Bury Strangers è stato molto diverso da qualsiasi esibizione live ‘tradizionale’. Certo, a concerti noise ero già andato, ma una cosa del genere non l’avevo mai vissuta. La formazione è a tre: Oliver Ackermann (chitarra e voce), John Fedowitz (basso) e Sandra Fedowitz (batteria). La partenza con “Dragged in a Hole” è stata tagliente, con una chitarra piena di distorsioni, maltrattata, distrutta dalle numerose violenze inflitte (la cassa è a metà…), e ha tracciato il percorso del caos (controllato?) che poi, soprattutto nei primi brani, si è protratto rendendo il suono un mezzo comunicativo più della voce, messa in secondo piano da volumi al limite della sopportazione, distorsioni estreme e frequenze altissime. Si diceva delle chitarre “a metà”, nel senso più letterale, con urla che non hanno lasciato spazio alla melodia, mentre i visual psichedelici contribuivano a rendere il flusso sonoro ipnotico e caotico.

Brani come “Everything Always Goes Wrong”, “Let’s See Each Other” e “My Head Is Bleeding” hanno consolidato questa prima fase rumorista, definibile come “disturbante”, ma in modo liberatorio, in cui la band ha spinto al massimo la sua parte noise. Ma è con “Song for Girl From Macedonia” e “Bad Idea” che si intravede una transizione a una seconda parte più “melodica”, pur restando fedele alla natura selvaggia del trio. Il momento di rottura arriva con un intermezzo che vede voce, gran cassa e basso costruire una struttura essenziale e pulsante al centro della sala, totalmente immersi nel pubblico. Da qui in avanti il concerto assume una forma diversa: meno caotica ma non meno intensa. “End of the Night” e “Keep Slipping Away” offrono aperture più accessibili, mentre “I Lived My Life to Stand in the Shadow of Your Heart” e “Have You Ever Been in Love” chiudono il set con una tensione emotiva più definita.

Fondamentale è stata la prova di Sandra Fedowitz: una presenza magnetica, completamente immersa nei brani, capace di dare struttura e coerenza all’anarchia distorsiva di Ackermann. La sua batteria non accompagna semplicemente, ma dà una forma al suono e lo rende concreto. Un’esibizione che conferma gli A Place to Bury Strangers come una delle esperienze live più radicali e coinvolgenti della scena contemporanea: nessuno ne può uscire senza rendersi conto di aver vissuto qualcosa di unico, liberatorio e profondo.
