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Quando Arlo Parks ci salvò dal COVID
Ci sono album che sono rimasti tatuati nella nostra anima al periodo-COVID, e se anche cerchiamo di non pensarci più e crediamo che sia un periodo morto e sepolto, quando meno te l’aspetti lui ritorna. O consciamente o inconsciamente. Tipo l’altro giorno che ho visto “Eddington”, film di Ari Aster del 2025 che ripropone proprio la dicotomia di allora tra la necessità delle regole di confinamento e di distanziamento come bisogno collettivo, rispettata dalla maggior parte delle persone, e la volontà di riaffermare la libertà personale propugnata dai NoVax. Ecco, di quel periodo che durò spannometricamente un paio di anni, “Collapsed in Sunbeams” – debutto di Arlo Parks – fu un punto fermo tale da rientrare nella decina di album fondamentali che ci fecero superare quel dramma. Tra l’altro fu una sorpresa che una 20enne avesse una tale profondità di scrittura, sia lirica che musicale.
La svolta: meno introspezione, più pista da ballo
Dopo un interlocutorio “My Soft Machine” (2023) ecco la svolta di quest’anno: meno pensieri e più leggerezza. Il pop con tendenze trip dell’inizio c’è sempre, ma si estetizza ed emergono tentazioni da club, quelli che la 20enne Arlo non aveva mai frequentato e che ha iniziato a fare proprio negli ultimi due anni. L’introversa 20enne infatti ha trascorso quattro anni in tour, e poi nell’estate 2024 si è trovata a New York a iniziare a vivere le serate in discoteca con le amiche.
Quei tempi breakbeat hanno iniziato dunque a far capolino nei suoi pezzi (“Nightswimming”), anche se l’atmosfera generale non è mai a mille, mai euforica, ma sempre trattenuta, come se bisognasse divertirsì sì, ma senza esporsi troppo.
Un disco a metà del guado
Ecco questo è il difetto di “Ambiguous Desire”, di rimanere a metà del guado, né di là né di qua: non più profondo, non ancora leggero. Le canzoni scorrono via senza che ce ne sia una che emozioni, sono dei quadri dell’Ikea, quelli che vanno bene per tutte le case e che quindi io non metterei mai nella mia.
Peccato, ascoltandolo più volte si viene assaliti proprio da un sentimento tra la delusione per la “tappezzeria sonora” e il rimpianto perché la Parks avrebbe potuto darci di più. Lo farà, ma per questa volta saltiamo e non ci perdiamo più tempo. Magari ci tornerà voglia di riascoltarlo, ma solo per sottofondo mentre faremo le pulizie.
50/100
(Paolo Bardelli)

