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Yīn Yīn, Locomotiv Club, Bologna, venerdì 13 marzo 2026
Testo e foto di Eulalia Cambria
Che quello degli Yīn Yīn sia un esperimento a vocazione globale lo si capisce anche dalla cospicua presenza di un pubblico internazionale in una delle tre date di marzo nella nostra penisola. La pubblicazione, lo scorso 23 gennaio, del nuovo album Yatta! ha offerto infatti l’occasione di vedere la formazione olandese esibirsi al Locomotiv di Bologna, dopo le tappe di Pisa e Milano.
Un’identità che si costruisce su un equilibrio rigoglioso di influenze e generi — dal funk orientale al soul, dagli accenti cinematici allo spaghetti western, fino all’italo disco — attraverso groove dinamici e variegate e intelligenti intuizioni strumentali. La setlist bolognese include in larga parte brani tratti dal nuovo lavoro, attingendo in misura minore da The Rabbit That Hunts Tigers (2019) e dai successivi dischi (Mount Matsu e The Age of Aquarius). Ma quello che colpisce davvero, in questo caleidoscopico e contaminato universo musicale, è l’abilità di mettere a frutto una convergenza originale di elementi, creando uno stile che mantiene una personalità riconoscibile. Le tracce di Yatta! seguono infatti l’impronta della leggerezza ricercata: simboli, spunti filosofici (come quello contenuto in “The Search of Yang”), citazioni esotiche e remote, in termini di distanza geografica e temporale (caratteristici i riferimenti agli anni ’60 e ’70), con rari inserimenti vocali e campionamenti.

La band, che in occasione del tour è composta dalla chitarra di Erik Bandt, dal basso e dalle tastiere rispettivamente di Remy e Jerome Scheren, da un nuovo batterista in sostituzione di Kees Berkers, assente perchè da poco diventato papà, tra le luci colorate del Locomotiv club, ha messo in piedi un live che ha mantenuto alto il coinvolgimento dei presenti, oscillando tra vortici ritmici e surf (“Lecker Song”), suoni elettronici da videogame combinati con balli da spiaggia (“Shenzhou V.”), chitarre che emulano il suono di un sitar e dialogano con fraseggi synth (“Emma”) e infine momenti più soffusi e delicati, tra cui un improvvisato interludio atmosferico in “Pingpxng”, non mancando di qualche sorpresa, come la cover sul finale di “Ma che idea” di Pino D’Angiò, una breve citazione di Angelo Badalamenti, l’indiavolata batteria nella versione sul palco di “The Rabbit That Hunts Tigers” e inediti live (“Ocho”).
In occasione del concerto abbiamo scambiato due chiacchiere con Jerome Scheren, tastierista degli Yīn Yīn, parlando di Yatta! (uscito per Glitterbeat, etichetta tedesca specializzata in musiche globali), registrato come una lunga sessione dal vivo e dell’evoluzione del suono e del concept della band.

Nel vostro sound convivono psichedelia, funk anni ’70 e influenze asiatiche: come riuscite a mettere in dialogo tradizioni musicali così diverse tra loro?
Domanda molto buona. Penso che uno dei vantaggi di suonare in una band sia che ci sono più persone a portare qualcosa sul tavolo. Ognuno ha le proprie specialità e gli ambiti che ama di più. E credo che la base di questa unione sia condividere molta musica, ritrovarsi come amici e mettere insieme elementi diversi. La stessa cosa succede quando suoniamo: partiamo dalle idee che ognuno porta nello spazio di prova, le mescoliamo e alcune cose funzionano davvero molto bene. A volte ci diciamo semplicemente: “Questa canzone potrebbe avere un po’ più di tensione”.
E proviamo allora approcci non convenzionali, ad esempio aggiungendo una base più afrobeat alla batteria, oppure qualche elemento più vicino alla salsa. Cerchiamo quindi di mantenere una mente aperta e di mescolare il più possibile, per arrivare a un risultato interessante che ci piaccia davvero.
È sicuramente un ottimo approccio.
Sì, amiamo tanti tipi diversi di musica e penso che questo si traduca in quello che facciamo.
Yatta! è un album che appare allo stesso tempo giocoso e molto curato, soprattutto in termini di groove e atmosfera. Qual era l’idea o lo stato d’animo principale che volevate esplorare? Il titolo è piuttosto evocativo. Che cosa rappresenta per voi?
Se lo traduci dal giapponese, più o meno significa qualcosa come: “Evviva, ce l’abbiamo fatta”. Scrivere un album può essere un processo molto intenso, anche sul piano soggettivo: quando componi insieme ad altre persone è difficile non viverla come una cosa personale. Il titolo è quindi anche un riferimento al fatto che possiamo dire: “Sì, ce l’abbiamo fatta come amici. Ci siamo ritrovati e siamo riusciti a scrivere insieme un bell’album, uno di quelli che amiamo davvero”. È un po’ come dire, quindi: “Ci siamo riusciti!”

In Italia, quando ero bambina, mi ricordo che esisteva un anime giapponese chiamato Yattaman.
Ah sì? Curioso. No, non l’ho mai sentito!
Rispetto ai vostri lavori precedenti, cosa pensate sia cambiato nel modo in cui avete affrontato la scrittura e la registrazione di questo disco?
L’ultimo album è stato registrato su nastro. Tutti gli altri, invece, erano più basati su registrazioni casalinghe che ognuno portava mentre provavamo, per poi essere registrate in studio e lavorate in modo più digitale. Questo disco, invece, è stato realizzato in studio alla vecchia maniera, su grandi nastri. Questo aggiunge calore e anche qualcosa in più: il suono si amalgama meglio, prende una certa oscillazione, perché a volte è un po’ più veloce, altre un po’ più lento, e risulta più organico. È un po’ come si faceva una volta.


Il brano di apertura contiene all’interno una citazione del filosofo Alan Watts sull’equilibrio tra Yin e Yang ed è intitolato “In Search of Yang”. Questa idea di equilibrio riflette anche il significato del nome della band?
Al cento per cento. L’idea dietro il nome è anche che, a volte, hai bisogno di un po’ più di Yin per bilanciare lo Yang. Se però c’è troppo Yin, si crea una sorta di caos — ma a volte è proprio quel caos che serve per riequilibrare tutto. E vale anche per noi: siamo in qualche modo alla ricerca dello Yang per trovare un equilibrio anche dentro noi stessi. In fondo, tutta la nostra musica nasce anche da questo: cercare di bilanciare elementi diversi per provare a creare qualcosa di unico e armonioso.
Ho letto che l’album è stato registrato interamente come una session dal vivo. Come si sono svolte le sessioni di registrazione e perché avete scelto l’approccio di catturare in questo modo i brani?
Oggi, in un’epoca in cui la maggior parte della musica viene registrata in digitale, cerchiamo anche di differenziarci e di recuperare quella magia old school che si sente in certi dischi. A volte non sai perché molti vecchi brani degli anni ’50 o ’60 hanno questa sorta di emozione e suono. Credo che ci si possa avvicinare a quel risultato adottando un approccio simile. E non si tratta solo del suono che questo tipo di registrazione restituisce, ma anche del processo: del modo in cui suoni insieme agli altri, del fatto che stai davvero suonando, lasciando più spazio alla spontaneità.
Sì, è una caratteristica della vostra band: quando vi ascolto si percepisce proprio l’interplay tra i musicisti.
Si vedono persone reali che suonano davvero.
Esattamente, lo hai detto benissimo. Hai centrato il punto, perché cerchiamo proprio di far emergere il più possibile l’aspetto umano nella nostra musica. Oggi ci sono tantissime registrazioni che nascono anche da demo fatte in casa, su cui poi si continua a sovraincidere. È un modo di lavorare che può essere creativo, ma lascia poco spazio al suonare insieme. Per noi è molto meglio farlo come una band dal vivo: suonare insieme, nello stesso momento. È qualcosa che apprezzo davvero molto.

L’album ha una forte componente cinematica, come se ogni brano potesse accompagnare una scena di un film immaginario. Durante la lavorazione del disco, immagini visive o riferimenti cinematografici hanno avuto un ruolo nel plasmare la musica?
C’è sicuramente una forte atmosfera da colonna sonora. Ci piace molta musica western, e personalmente ascolto anche molta musica “da cowboy”: sono melodie che hanno qualcosa di molto evocativo e intrigante. Non direi però che abbiamo mai cercato intenzionalmente di scrivere brani da film. Cerchiamo semplicemente di comporre le migliori tracce strumentali che riusciamo a fare. Detto questo, è anche vero che molte colonne sonore sono strumentali, quindi in un certo senso è un elemento che torna naturalmente nel nostro modo di fare musica.
Rispetto ai vostri lavori precedenti, è cambiato qualcosa anche nella produzione di Yatta!? Vi siete occupati voi della produzione o avete collaborato con un produttore esterno?
Yatta! è stato prodotto insieme a Jasper Geluk, al Tone Boutique Studio di Haarlem. Si è occupato anche della registrazione. Gli arrangiamenti, più o meno, erano già definiti, ma il risultato finale nasce dal lavoro fatto insieme. È quindi un vero lavoro di squadra, anche grazie al contributo di qualcuno esterno alla band, che può portare un orecchio più fresco.
Siete attualmente in tour: come sta andando e che tipo di risposta state ricevendo dal pubblico rispetto ai nuovi brani?
Il tour sta andando molto, molto bene. Abbiamo iniziato in Germania: all’inizio la vendita dei biglietti non stava andando benissimo, ma una volta partiti abbiamo fatto sold out in molti locali, ed era pieno ogni sera. È stato davvero incredibile per noi dire: “Ok, abbiamo scritto delle canzoni, la gente le ascolta e vuole sentirle dal vivo”. È qualcosa di magico, anche perché non sai mai davvero chi verrà ai concerti. Poi vai nella città successiva e trovi nuove persone, pronte ad ascoltare e a partecipare. Ed è bellissimo, perché la musica nasce a casa, ma poi prende forma insieme al pubblico. In un certo senso è anche una forma di gioco. Sì, è stato davvero molto bello. Anche l’Italia: meravigliosa. Un pubblico fantastico.

