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Canzoni nate tra la metropoli e il deserto
Terzo lavoro per Jana Horn, cantautrice classe ’94 originaria del Texas e residente a New York. Auto-intitolare un disco è, come ci insegna un’opera che abbiamo particolarmente a cuore, volere fare il punto di dove ci si trova in quel momento, gettando i semi per quello che sarà.
Se la maggior parte dei brani sono stati scritti da Jana Horn nella metropoli, la traccia di apertura “Go On, Move Your Body” – guardatevi lo splendido videoclip – risale ai tempi dell’esordio Optimism (2020) quando ancora viveva a Austin. E quasi a tenere vivo quel legame le registrazioni si sono svolte ai Sonic Ranch Studio, con il batterista Adam Jones, il bassista Jade Guterman e Adelyn Strei, che suona flauto e clarinetto in alcuni episodi. Horn ha poi ultimato il disco nel suo appartamento a Brooklyn, aggiungendo i vocals e i synth.
Paesaggi sonori che hanno attraversato gli Stati Uniti cercando una fissa dimora.
Intimo minimalismo che vuole aprirsi all’esterno
I cambiamenti, le relazioni, il viaggio: sono le tematiche che rivestono un disco in slow-motion, in cui Jana Horn si vuole prendere tutto il tempo necessario. Come spiega l’artista, “Moving to New York after graduating in Charlottesville had felt almost too right, like an arranged marriage. I was pretty unhappy for a while. My life was still in Virginia, where my friends were, in Texas, where my mother was learning to live again after years of being passed from one hospital to the next… I drifted through the city in pajamas, at midday.”
Esauriti i rintocchi di marca Low del pezzo già citato, si sviluppa la morbida “Don’t Think” con le sue atmosfere tra Cate Le Bon e Bonnie Prince Billy; “All In Bet” è un’emozionante ballad dove il refrain di pianoforte ci fa staccare dalla terra, che oggi è una quotidianeità di terrore e paura, fluttuando verso la luce. “Designer” offre più concretezza, minimale in un indie-folk che sfocia nel jazz-rock di Gastr Del Sol e Karate.
“It’s Alright” sembra uscire dalla penna di Phil Elverum contravvenendo al nome che porta una grande malinconia. “Unused” e “Come On” agiscono per sottrazione – la prima finendo tuttavia per intrappolarci in un loop opprimente: del resto parliamo di un lavoro intimo e delicato, che ami o odi senza mezze misure. Sta all’ascoltatore capirlo.
72/100

