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Royel Otis @ Fabrique, Milano, 3 dicembre 2025
Avete presente le spiagge australiane di Bondi Beach? Un luogo magico dove si cammina scalzi, si beve uno smoothie e si fa surf. Un luogo dove i problemi si dissolvono perché è necessario sperare che esistano luoghi del genere, perché deve essere così. Royel Maddell e Otis Pavlovic si sono conosciuti lì, lavorando in un caffè di Bondi Beach. Hanno iniziato a fare musica nel 2019 e da lì in poi è stata una rapida ascesa, con il successo raggiunto l’anno scorso con PRATTS & PAIN e confermato quest’anno con il nuovo album hickey. Il duo ha fatto tappa a Milano al Fabrique per presentare il loro ultimo lavoro, ed è stata l’unica tappa italiana del 2025. Questa premessa di contesto è doverosa nel costruire l’immaginario musicale che i Royel Otis hanno portato a Milano.
Da sempre la band si muove in quella terra di mezzo, quel compromesso storico, tra i guilty pleasure dei rockettari e le trasgressioni dei pop più mainstream. Nel giochino della collocazione a un cluster di appartenenza è una continua oscillazione tra elementi alternativi, come i riff di chitarra e melodie dream, e caratteristiche pop, che si riversano in stile di canto/suono riconoscibilissimo e una scena visiva che parla in prima persona con il pubblico. Lo show è iniziato alle 21:15 circa con “I Hate This Tune”, primo brano del nuovo album “Hickey” e primo brano anche in scaletta. Sul palco Royel, con chitarra, basso e synth, Otis, voce e chitarra, Tim Ayre alle tastiere e Tim Commandeur alla batteria. Hickey è stato suonato in versione quasi integrale 10 brani su 13. Come accennavo prima, la valorizzazione costante della melodia porta anche a non premiare una singola hit ma ad una capacità di focalizzare le attenzioni dei fan in momenti diversi. Certo, ci sono i banger finali, ma in generale i pezzi hanno una resa e una struttura che funziona sempre, piace e coinvolge. Le prime cinque canzoni sono una bella alternanza tra i due album, in particolare “Car” è uno dei pezzi più sottovalutati dell’album ma anche del loro repertorio in generale.
Lo show flirta sapientemente con entrambi i mondi, risucchiando la forza evocativa del pop e la cura del suono del dream pop. Menzione necessaria anche per i visual, che diventano parte integrante del live, con il fine di creare una sinergia particolare con il pubblico, oltre ad essere molto instagrammabili. Durante “Car” viene proiettato un video ma, a parte quella canzone e pochi altri momenti, sul led appaiono sempre frasi connesse con le canzoni. “Sofa King” ha la scritta “milan you’re fuckin gorgeous” e crea uno dei momenti più importanti del concerto durante il ritornello ( durante le strofe invece ci sono una serie di nomi italiani: “Irene, Mattia, Michele, ecc… you’re fuckin gorgeous”). Poi, istruzioni varie come “questo è un brano per ballare”, “questo è un brano scritto per cantare”, “questa è una canzone su un amico”, ecc. Durante tutto lo show sono stati più i visual a “parlare” con il pubblico che i Royel Otis.
A metà del set “More To Lose” e “Jazz Burger” vengono eseguite in acustico, senza sezione ritmica e quest’ultimo brano stupisce quando viene svuotato e reso più essenziale. Ovviamente c’è spazio anche per le cover che hanno reso celebre il duo in tutto il mondo e aiutato nella scalata verso il successo. La forza dei Royel Otis è proprio quella di riuscire a costruire un loro mondo. Tracciano i confini e tutto ciò che ci sguazza dentro ha il loro marchio dal suono all’estetica. Royel suona con i capelli davanti alla faccia, Otis canta appoggiato con il piede sull’ampli e la mano sul ginocchio. Cappellini, maglia long sleeve e quell’aria disinteressata serena. I riff e le melodie si sposano perfettamente con questa attitude ed il timbro di Otis ha quella patina cinematografica, malinconica, accogliente. Per questo le cover “Linger” e “Murder on the Dancefloor”, la prima dei Cranberries, la seconda di Sophie Ellis-Bextor, sono tra i momenti più attesi e sperati, vengono cantate, urlate e non si percepiscono differenze con gli altri brani perchè tutto viene racchiuso nel loro perfetto microcosmo musicale sapientemente definito.
A chiudere il set ci sono “Say Something” e “Oysters in My Pocket”. Due brani importanti che annullano la vena più pop e mettono in scena la potenza di scrittura della band australiana. Totale un’ora e dieci di concerto, decisamente poco per il prezzo, ma una scaletta serrata senza troppi fronzoli o momenti morti. Le sonorità provengono dal mondo degli Strokes, Phoenix o i connazionali Parcels, ma il tutto traslato in un contesto molto catchy, magico, privo di elementi aggressivi, sporchi. Un contesto da Bondi Beach appunto. Come se Julian Casablancas fosse cresciuto in un campus di Disney Channel. Il pubblico è la conseguenza naturale di questo, sembra apprezzare, ballando, baciandosi, abbracciandosi, liberandosi. Trovare un gruppo capace di suonare così, con tante hit e una coerenza totale tra musica e immaginario, non è banale. I Royel Otis ci riescono perfettamente, e il concerto di Milano ne è stata la conferma.

