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Musica, ironia e rivoluzione sociale
La grande virtù dei Devo, lungo oltre cinque decenni di esistenza, forse è stata quella di non essersi mai persi nella propria mitologia. Nei 90 minuti di durata di Devo, documentario diretto da Chris Smith e originariamente uscito nel 2024 (presentato al Festival InEdit e oggi disponibile in streaming su Netflix), i membri del quintetto nato ad Akron, Ohio, che hanno composto la formazione classica del gruppo, appaiono, volontariamente o meno, un po’ distaccati dalla dimensione dell’influenza che hanno esercitato – e ancora esercitano. Soprattutto i fondatori, Mark Mothersbaugh (voce, chitarre e tastiere) e Gerald “Jerry” Casale (voce, basso e tastiere), trasmettono un’insospettabile modestia quando parlano dell’eredità della band che hanno formato nella prima metà degli anni Settanta. Eppure, neanche l’umiltà, o persino lo stupore con cui la coppia, insieme agli ex compagni Bob “1” Mothersbaugh (chitarra) – e, attraverso materiale d’archivio, Bob “2” Casale (tastiere) e Alan Myers (batteria) – ricordano il passato, riesce a ridimensionare la rivoluzione musicale, concettuale e, perché no, sociale che hanno innescato. Devo è un film che sembra meno incentrato su un gruppo di individui e si dedica invece (con grande successo) a svelare e mettere in evidenza la forza e la genialità delle idee che hanno guidato i suoi frontman fin dall’inizio.
La genesi dei Devo è indissociabile da un altro avvenimento cruciale nel panorama socioculturale dei primi anni ’70: il Massacro della Kent State University, in cui 28 soldati della Guardia Nazionale spararono circa 67 colpi in 13 secondi, uccidendo quattro studenti e ferendone altri nove, uno dei quali rimase paralizzato in modo permanente. Dopo quella tragedia, che avrebbe ispirato la celebre Ohio di Neil Young, Jerry e l’amico e co-cospiratore Bob Lewis (entrambi studenti a Kent e testimoni della perdita di amici) associarono la brutalità di quegli eventi al concetto di involuzione (o “de-evolution”), secondo il quale esseri civilizzati potevano regredire al primitivismo a seconda dell’ambiente circostante – in questo caso, la disfunzione radicata nella mentalità dell’americano medio dell’epoca (e forse anche di oggi). L’ingresso di Mark Mothersbaugh, giovane musicista talentuoso e con grave disabilità visiva, arricchì ulteriormente la concezione sociale che Casale e Lewis volevano esplorare.
Il consolidamento di queste idee, come sottolinea bene il documentario, fu lento. I cambi di formazione (tra cui Jim Mothersbaugh, fratello di Mark, poi diventato manager), le innovazioni sperimentali – come la costruzione di batterie elettroniche a pad –, la scrittura di nuovi brani (Jocko Homo) e la sovversione di altri (Secret Agent Man) delinearono la musicalità audace e l’ambizione che i Devo avrebbero espresso negli anni seguenti. La produzione del cortometraggio The Truth About De-Evolution, però, diede forma soprattutto ai concetti visivi che le frequenti esibizioni dal vivo non riuscivano ancora a trasmettere del tutto. La sequenza delle cosiddette Headache Sessions, organizzate dal primo nucleo della band nei teatri, è senza dubbio una delle parti più esilaranti viste di recente in documentari musicali.
La genialità concettuale del quintetto di Akron
Fu proprio quel corto, alla fine, ad attirare l’attenzione di due figure decisive per l’ascesa dei Devo, ormai completati dai due “Bob” (fratelli di Mark e Jerry) e da Alan Myers. Prima arrivò David Bowie: il camaleonte rimase affascinato dalla coerenza concettuale del quintetto già nel 1976, offrendosi di produrre la band – che nel frattempo aveva cominciato a pubblicare con l’etichetta indipendente Booji Boy Records. La vita turbolenta di Bowie in quel periodo, però, portò i Devo a un altro alleato fondamentale: Brian Eno. Reduce dalla collaborazione con Bowie in Low (1977), Eno si innamorò anch’egli del progetto e finì per produrre l’immortale Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! (1978). Fu anche l’inizio delle difficoltà della band con il mercato discografico. I conflitti tra la Warner Bros., con cui il gruppo aveva firmato, e la Virgin Records di Richard Branson, che aveva offerto guadagni tripli a musicisti poco interessati al business e molto più all’arte, sono ben raccontati nel film. Il tutto si rivelò un presagio del rapporto problematico dei Devo con i media mainstream, che spesso non capivano la loro proposta carica di ironia.
Questo contrasto emerge ancora più forte con il successo mainstream ottenuto all’inizio degli anni Ottanta, grazie all’album Freedom Of Choice (1980) e, soprattutto, al clamoroso singolo Whip It, che consacrò i Devo – con i loro abiti strani, le idiosincrasie musicali e il senso dell’umorismo peculiare – come fenomeno di massa. L’arrivo della MTV poco dopo (che trasmise assiduamente il videoclip della title track, fondamentale anche per la comunità skate) fu determinante per portare il quintetto al grande pubblico, anche se questo spesso rideva di loro senza cogliere la profondità del messaggio. Scelta particolarmente azzeccata del documentario è mostrare l’ascesa della band in parallelo al clima politico degli USA: la vittoria del neoliberismo con Ronald Reagan divenne anch’essa bersaglio del sarcasmo dei Devo, anche involontariamente – i cappelli a forma di ciuffo che indossavano all’epoca di New Traditionalists (1981) vennero interpretati come allusioni al presidente-cowboy, sebbene fossero in realtà ispirati al taglio di capelli di JFK. Sono dettagli che, se da un lato generarono fraintendimenti, dall’altro contribuirono a fidelizzare un pubblico disposto a guardare oltre la patina di sarcasmo e coglierne la sottile serietà.
L’attualità dei Devo
Il documentario compie una scelta narrativa interessante limitandosi alla prima fase della carriera dei Devo, conclusasi nel 1991. L’uscita di Alan Myers, dopo Shout (1984), viene mostrata come un momento cruciale che segnò l’inizio della fine. Le fortunate carriere parallele di Jerry e Mark – il primo come regista (già autore dei videoclip del gruppo) e il secondo come compositore di colonne sonore (da Rugrats a Thor: Ragnarok e The Lego Movie) – sono accennate, ma senza approfondimenti. Nessuna menzione invece al ritorno della band nel 1996 né a Something For Everybody (2010), l’ultimo disco di inediti, registrato con Josh Freese alla batteria. Se questo può sembrare una mancanza per chi cerca un approccio più “enciclopedico”, la scelta è coerente con il fulcro del documentario: non tanto le biografie individuali, ma l’approccio concettuale che ha guidato la prima fase della band. Allo stesso modo, il punto di esaurimento causato dal rifiuto di piegarsi alle pressioni commerciali funziona bene come conclusione, seppure un po’ anticlimatica, ma comprensibile e appropriata.
Alla fine resta la sensazione che non ci potesse essere momento migliore per un documentario come questo, su una band come questa. È scioccante notare le somiglianze ideologiche tra il mondo di oggi e quello in cui i Devo sono nati – come se l’umanità fosse davvero regredita negli ultimi cinquant’anni. In compenso, Devo dimostra quanto possa essere vitale la musica e l’arte create da cinque eccentrici del Midwest americano, con tutta la loro apparente bizzarria e sottile acidità. Ma soprattutto, è un film che rende giustizia a una band la cui influenza e il cui patrimonio culturale, cinquant’anni dopo, risultano ancora avanti anni luce rispetto a ciò che la società moderna, tanto orgogliosa della sua discutibile “evoluzione”, è capace di comprendere.
(Davi Caro)
Davi Caro è professore, traduttore, musicista, scrittore e studente di Giornalismo. Puoi leggere altri suoi testi qui (in portoghese).
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