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Un duo che finalmente si dà un nome e firma un album
Safe Mind è il progetto nato dal fortunato incontro tra Augustus Muller dei Boy Harsher e Cooper B. Handy (la cui produzione da solista è a nome LUCY). Per chi non li conoscesse, i Boy Harsher (con la vocalist Jae Matthews) sono un duo di collocazione grosso modo darkwave (e anche un filo industrial) ma con un suono più contemporaneo del 95% dei nomi di quel “settore”. L’incontro cui si accennava sopra si realizza nel disco “The Runner” dei Boy Harsher (uscito nel 2022) che oltre alla banger “Machina” contiene, appunto, una riuscita collaborazione con Cooper B. Handy intitolata “Autonomy”. E l’alchimia che vi si crea apre la scena a quello che è poi il side project in questione, ammesso che non sia troppo riduttivo definire con questa dicitura i Safe Mind.
Americani solo nella “provenienza”
L’incontro funziona al punto che, restando in tema di contemporaneità, il materiale di questo “Cutting The Stone” ha un ché di fresco pur se è inzuppato fino al collo nei “primi anni novanta / fine ottanta” con spruzzate di Madchester, parecchia giocosità elettronica (la house meno ortodossa) digressioni dream pop, echi post-punk. In sostanza non è quel che ti aspetteresti nel 2025 da un paio di ragazzi americani ma non è nemmeno così fuori luogo come una scarna descrizione lascerebbe intendere. E “scarna” può essere a sua volta una delle parole chiave per definire le canzoni di “Cutting The Stone”. I colori vividi di questo disco sono pennellati con un tocco grezzo che è in buona parte farina del sacco di LUCY ma a cui i sintetizzatori di Muller (altre volte più “strutturati”) qui vanno ad aderire alla perfezione. Lo scazzo (apparente) del cantato è in realtà così spontaneamente “emotivo” che è come se allo stadio isolassimo la “traccia” di un tizio solo, in mezzo ai canti della sua curva. E questa emotività semplice si riverbera sui synth e sulla chitarra che suonano tanto leggeri quanti affilati. Tra un frammento e l’altro di questo disco saltano fuori schegge di Beck, dei Beastie Boys e di quel che ognuno è disposto a sentirci. Il secondo singolo, “Standing On Air” è di certo la cosa più intrigante e ispirata nella manciata di canzoni di questo connubio. La canzone, “impreziosita” da un video di una semplicità disarmante, elabora perfettamente questo modello di bedroom pop che sa essere anthemico dove non te lo aspetti.
Un esperimento intrigante e sostanzialmente riuscito
Sebbene non tutto il disco funzioni come ai suoi più alti livelli (il giro di “Take The Loss” si spinge un po’ troppo in là in termini di synth ottantiani) i due sono credibili anche quando rallentano il ritmo e quando i contenuti si scuriscono un po’ come in “Hold On To That”. Il risultato, paradossale, è che ogni componente del semplice mélange assume un’insperata robustezza espressiva. Non è per niente chiaro dove finisca il registro punk e dove inizi il contesto dance-pop. Diciamo, in genere è segnale che le cose funzionano benino.
75/100
(Marco Bachini)

