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Questo è il report completo del Festival, mentre a questo link Giuseppe Gualtieri ha approfondito quello che è stato il momento più “caldo” del Rock En Seine 2025, ovvero il concerto “pro-Palestina” dei Kneecap.
Il Parco di Saint-Cloud ospita dal 2003 il Rock en Seine, festival musicale di fine agosto. Tre palchi principali, due minori e una lunga passeggiata che li collega. Tutto organizzato con precisione geometrica in una Parigi ancora sonnolenta.
Ho visto svariati concerti in 4 giorni, ascoltato tanti generi differenti e percorso numerosi km tra i palchi. I live durano in media un’ora e la fine di un concerto coincide sempre con l’inizio di un altro big. Inevitabile quindi dover rinunciare a un inizio o a una coda, correndo da un palco all’altro per riuscire a seguire tutto. Come si intuisce da questo resoconto, alcuni live sono raccontati con più dettagli, altri solo di sfuggita, ascoltati mentre incastravo i minuti rimanenti tra un’esibizione e l’altra.
L’anima del festival: i DJ set
Difficile racchiudere in un’unica categoria tutti i DJ passati dal Rock en Seine perché si rischia di mescolare stili completamente opposti. Ogni giornata ha avuto una parte predominante di musica elettronica o house, in particolare il secondo giorno del festival.
Caribou e Barry Can’t Swim hanno portato uno show “suonato” con una band sul palco. Caribou ha proposto tutti i suoi classici e ha dimostrato ancora una volta che nei festival la sua musica ha una destinazione d’uso corretta. Barry Can’t Swim invece ha presentato i pezzi di Loner e i suoi brani più classici. La prima parte è cupa, più legata all’album Loner, mentre la seconda si sposta sulla dance house pura, più ballabile. Complice l’orario, l’assetto live premia la seconda parte del set anche se Loner è un ottimo album e dal vivo lo conferma.
Altra menzione speciale la merita Floating Points. Tra acid, elettronica molecolare e strumentazioni old school, riesce a rendere armonico qualsiasi rumore provenga dal palco. Il suo set è una macchina da guerra dall’inizio alla fine e anche i visual sono molto ben pensati. Sul palco, insieme a lui, due persone proiettano vetrini al microscopio che diventano immagini psichedeliche amalgamate al suono. Sembra di assistere a una masterclass, una lezione in cui la chimica prende forma, sostanza e volume.
L’evidenza totale che è emersa nei restanti djset è che sia necessario un espediente performativo per innalzare lo show e creare qualcosa di più memorabile.
Anyma, headliner del secondo giorno, inizia il set con un ritardo di una ventina di minuti e trasforma il palco in un set da Tomorrowland. Si mette al centro dietro una consolle enorme, i visual sono imponenti – decisamente imponenti – e il volume raggiunge un livello cosmico. Sarà lo show seguito da un pubblico più giovane e con molti “content listener”.
Marc Rebillet, in mutande, scarpe e mantello, si è focalizzato sull’interazione col pubblico con suoni e frasi ironiche in un set elettronico e grottesco. I Hate Models, con la sua maschera-museruola, ha ballato e saltato dall’inizio alla fine, portando i BPM a livelli siderali finché i suoi salti sul palco sono stati talmente eccessivi da far crollare il sostegno della consolle.
Nota di merito per Jamie XX, che si è esibito in un Revolut Scène stracolmo di gente. Mi ha stupito positivamente come, ancora una volta, il DJ britannico sia riuscito a creare un set diverso anche rispetto a quello recente italiano. Certo non mi aspettavo Ornella Vanoni come in Italia, ma ci sono stati tanti riadattamenti nuovi nella prima parte del set e un’esecuzione di GMT cantata da Oliver Sim, direttamente tra il pubblico, da applausi.

Khruangbin
Unexpected Highlights
Che i Khruangbin fossero un gruppo da vedere non lo si scopre di certo oggi, ma la cura con cui hanno cucito la loro performance è stata una prova sartoriale d’eccellenza. Una scaletta dosata al dettaglio, che alterna le canzoni più lente a improvvisazioni o brani con più ritmo e balletti scenici. Anche i pezzi del nuovo album A La Sala, più soft, non perdono il flow e non sfigurano tra le hit più vecchie. Tutto è misurato, studiato, lo show ha una sua narrativa musicale dall’inizio alla fine.
Laura Lee, al basso, si conferma tra le bassiste più importanti della nostra generazione. Vestito e stivali bianchi, con movimenti sinuosi scandisce i tempi e interpreta fisicamente l’andamento delle canzoni in modo ipnotico. Mark Speer, alla chitarra, si perde in lunghi e virtuosi assoli senza cadere mai nell’effetto stanchezza. Entrambi scendono tra la folla e la voce diventa un elemento quasi marginale, utilizzata come uno strumento aggiunto. Sembra uscire da una radiolina vintage e si sposa con i visual che ripropongono riprese dal palco in effetto “tv a tubo catodico”.
I King Hannah invece mi hanno fatto rimpiangere di non averli mai visti live prima del festival. Hanno suonato alle 3 del pomeriggio, orario abbastanza scomodo. Hannah è magnetica, con cuffie in testa, vestito rosso che ha utilizzato per tutto il tour e finto tatuaggio “I’ll Swim at Anything”. La sua voce, anche quando semplicemente parla, ti tiene incollato, ti paralizza. Craig Whittle cuce perfettamente con la chitarra le due anime, da quella dolce e spoken a quella più shoegaze. Seguiti da batterista e bassista, i brani si perdono in lunghe code sonore, una ragnatela da cui non vorresti mai uscire. La conclusione è affidata a Big Swimmer, brano dalle tinte più commerciali ma la performance resta al di fuori dei singoli brani. I King Hannah sanno dosare i tempi, dilatare i secondi, allungare gli assoli, rallentare le parole e spogliare i pezzi fino alla loro naturale conclusione.
Necessario poi inserire gli Empire of the Sun. Anche se musicalmente distanti dal mio gusto, oggettivamente sanno creare un pop show come dovrebbe essere. La loro estetica è surreale, esaltata da abiti bianchi e d’oro, ballerine mascherate da luna e sole e visual tra il trash e l’esoterico. Hanno tante hit da festival e alla fine regalano l’estremo gesto di spaccare la chitarra sul palco poco prima di Alive, il pezzo più pop che chiude la scaletta. Tra tutti i live è quello più centrato per il festival e anche il pubblico sembra rispondere bene, con numerose persone mascherate o con le corone dorate.
Gli invincibili: Jorja Smith, Justice e Queen of the Stone Age
C’è una categoria di artisti che ho dovuto ricreare perché protetti da una benedizione musicale che li ha resi, in generi diversi, i primi della classe in ogni categoria e con i loro show lo hanno ribadito pienamente.
Jorja Smith appare sulla Grande Scène quando il sole sta tramontando con una band composta da otto elementi. Lei, in versione diva con ampi capelli biondi e tuta azzurra, inizia con Try Me e Blue Lights e con una serie di brani dalla matrice più soul e R&B. La band la supporta a meraviglia e i tre coristi la aiutano ad adagiarsi in più generi. Il suo set è qualcosa di fastidiosamente perfetto, una fulgida concretizzazione musicale anti-hater. Ha una voce riconoscibile e in tutte le sue sfumature riesce a darle corpo e intensità particolari. Ero pronto a scrivere “sì ma alla lunga questo R&B stanca”, ma invece l’ultima parte prende una piega più veloce con le percussioni che si prendono la scena e il pubblico che inizia a ballare sul posto felice. Ero anche pronto a scrivere “sì ma mancano hit”, ma chiude con la doppietta On My Mind e Little Things che zittiscono i miei pensieri definitivamente e mi fanno alzare le mani per un grande applauso finale.
Altro nome invincibile sono i Justice e il loro ritorno nella madrepatria. Il gruppo francese è headliner del terzo giorno e il pubblico sembra non aspettare altro. Un grosso LED avvisa della presenza di luci stroboscopiche che potrebbero mandare in tilt le persone mentre il prato si riempie di gente di qualunque età (ma soprattutto over 25) con vistose croci tatuate, stampate sulle maglie o appese come ciondoli di qualsiasi tipo.
Lo show inizia puntuale con la croce enorme che si illumina. Gaspard Augé e Xavier de Rosnay posti uno di fronte all’altro, immobili. Genesis è il solito brano di apertura ed è dirompente. French Touch all’ennesimo livello con luci e visual che scatenano un effetto infernale di croci e luci colorate. I brani del nuovo album funzionano bene, così come la voce di Kevin Parker che si insinua tra i vari remix.
Verso la metà del set D.A.N.C.E. e We Are Your Friends consacrano l’esibizione dei due. In generale i brani vengono mixati costantemente e ci sono sempre pezzi, frasi, synth o suoni che ritornano ciclicamente. Trionfo totale, applausi, autografi finali e la convinzione radicata che i Justice, in Francia ma anche altrove, resteranno sempre nell’olimpo dei big.

Justice
Ho assistito alla conferenza stampa di Josh Homme prima del concerto dei Queen of the Stone Age. Era seduto, tranquillo, parlava con calma apparente dei suoi impegni e sottolineava il rapporto viscerale con la Francia. Ha parlato di nuovi progetti, del desiderio di continuare come produttore e magari avere una nuova band. Ha ribadito la priorità di essere padre. Poi è salito sul palco e quel calmo uomo seduto sul divanetto ha trascinato una delle band rock più credibili della nostra generazione. Tutto giusto, e mentre altri gruppi storici con il passare degli anni riadattano i brani rallentando o cambiando tonalità, loro non perdono mai la potenza primordiale. Make It Wit Chu, cantata insieme a un cameraman nel ritornello, resta un momento epico del festival.
L’emergente più atteso: Mk.Gee
Mk.Gee merita un paragrafo a sé perché artista ancora non troppo conosciuto dal vivo ma con molta aspettativa. L’album d’esordio è stato un successo della critica e questo alimenta la curiosità sulla resa live.
Sul palco sono in tre: Mk.Gee, un chitarrista e un terzo elemento che si divide tra pad, drum machine, sequenze e basso. Niente batteria tradizionale e un’estetica volutamente old-school americana, con jeans, stivali neri, maglietta Honda e birra in mano. Sembra quasi l’emarginato rockettaro dei college nei film americani.
Il suono è un marchio di fabbrica brevettabile, tutto è riconoscibile e particolare, dalla chitarra con riverbero agli effetti sulla voce. Sembra impossibile far coesistere un’elettronica nervosa con stop improvvisi, suoni quasi lo-fi, virtuosismi di chitarra continui e ballad, ma i pezzi si incastrano armoniosamente. Rockman e Are You Looking Up vengono gridate dal pubblico, così come Alesis, il suo brano più famoso, che potrebbe essere una ballata romantica ma dal vivo diventa ruvida, accelerata e spogliata della sua delicatezza, quasi a voler snaturare l’effetto hit.
È la malinconia dei nostri tempi. Mk.Gee ha reinterpretato il modo di fare ballad e questo marchio sonoro lo si ritrova anche negli ultimi album di Dijon o di Justin Bieber.

I dettagli sul Rock en Seine
Il Rock en Seine continua a essere un festival gestibile e vivibile. I prezzi sono di circa 10 euro a birra con infinite proposte di cibo di tutti i tipi. Il pagamento avviene tramite braccialetto e tutte le serate finiscono poco dopo la mezzanotte. Tanti talk e anche molti punti ristoro, forse l’unico limite è proprio il cambiamento continuo tra un palco e l’altro per non perdersi minuti di show. Non ho però soluzioni e anche in altri festival è sempre così. Non è facile far coesistere tutti i concerti contemporaneamente (89 diversi show per la precisione).
È stata un’edizione ben dosata, forse è solo mancata la quota rap, con Doechii e A$AP Rocky che hanno cancellato i loro show. Il secondo è stato sostituito da Kid Cudi, mentre la prima, defezione dell’ultimo minuto, non ha avuto rimpiazzi. Kid Cudi non mi ha entusiasmato, difficile reggere tutto da solo con backing track e anche sui social ho letto commenti poco felici.
Lo show più seguito è stato quello dei Fontaines D.C., che ancora una volta si confermano sempre più in grado di abbracciare una platea variegata. Il pogo più grande è stato sicuramente con i Fat Dog, che già nelle prime ore del pomeriggio hanno avuto un gran seguito sul palco principale. Aurora ha invece regalato lo show con più interazioni con il pubblico, si è raccontata e ha dimostrato, per la terza volta in questo festival, che merita questa fanbase sempre crescente.
150.000 persone in quattro giorni. Il rock ha dominato l’ultima giornata, mentre l’elettronica è stata protagonista del secondo. La sensazione, per chi ha seguito l’intero festival, è stata quella di attraversare decenni di musica e stili, in una fotografia che rispecchia perfettamente la scena attuale.
(Giuseppe Gualtieri)
