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Il sole è ancora caldo su Parigi nell’ultima giornata del Rock En Seine e mentre sorseggio una birra mi ritrovo circondato da gente con magliette verdi, magliette dei Fontaines D.C. o bandiere palestinesi. Sono le 18 e sul palco stanno per arrivare i Kneecap, trio hip hop di Belfast. In pochi mesi sono passati da band di ragazzi irriverenti a fenomeno mediatico, travolti da invettive politiche, procedimenti giudiziari e manifestazioni che oscillano tra supporto e critica.
È necessario quindi fare una piccola digressione su tutto il pregresso che ha reso questa performance una tappa fondamentale del cartellone del festival.
Dalla Belfast al palco di Parigi: chi sono i Kneecap
I Kneecap fanno musica sfrontata, i loro testi parlano da sempre di alcol, droghe, risse, ma anche di prese in giro verso il governo inglese e di orgoglio per le origini irlandesi.
Il trio nasce a Belfast nel 2017, quando DJ Próvaí, insegnante di lingua irlandese in una scuola cattolica, decide di remixare un brano di Mo Chara e Móglaí Bap. Per proteggere il suo anonimato è costretto a salire sul palco con un balaclava, che col tempo è diventato un simbolo cult della band. Lo scorso anno è uscito anche un film che racconta la genesi di questo trio, proiettato in questi giorni nelle sale italiane.
Da sempre i loro live comprendono una critica pubblica ed esplicita verso Israele. Questo ha scatenato una reazione a catena che si è ingigantita sempre di più fino al loro show a Parigi.
Il comune di Saint-Cloud ha ritirato, per la prima volta, il contributo economico di 40.000 euro. La regione dell’Île-de-France ha annullato il proprio finanziamento per questa edizione del Rock En Seine, proprio a causa della presenza dei Kneecap. Si è esposto anche il ministro dell’Interno Bruno Retailleau che ha ribadito la tolleranza zero nei confronti di qualsiasi disordine e di qualsiasi iniziativa che favorisca atti terroristici.
Non è solo una questione francese. Il rapper Mo Chara, poche settimane fa, è stato chiamato a testimoniare alla Westminster Magistrates Court di Londra con l’accusa di aver sventolato una bandiera di Hezbollah durante un concerto. È partito un processo per terrorismo dovuto al presunto supporto verso Hezbollah e Hamas (smentito dal cantante), che ha costretto recentemente la band ad annullare tutte le tappe americane del tour.
Il polverone è cresciuto fino a portare il governo ungherese a vietare l’ingresso alla band nel paese per un periodo di tre anni, innescando quindi la naturale esclusione dal cartellone dello Sziget Festival.
Ecco perché, alle 18 dell’ultimo giorno del festival, il clima è caldo non solo per il sole cocente ma per tutta una situazione di latente pressione intorno alla band. Fin da subito tra la folla iniziano cori pro Palestina e antifascisti – anche in italiano – mentre aumentano esponenzialmente le persone addette alla sicurezza.

Durante i minuti che precedono l’inizio del concerto, sugli schermi appare la frase: «Il governo francese è complice perché sostiene Israele agevolando il commercio di armi».
Il concerto inizia puntuale alle 18:30 con i tre che entrano sul palco accolti da un grande sostegno del pubblico, tranne che per un gruppetto nelle prime file che innalza cartelloni contro la band e suona fischietti in segno di protesta.(Potete vedere e sentire ciò che è successo in un piccolo video pubblicato dalla band su Instagram.)
La polemica dura poco perché la security interviene prontamente e seda ogni possibile incipit di rissa.
Mo Chara ride sul palco e i due rapper tentano di calmare la folla chiedendo rispetto e amore reciproco.
Di lì in poi non ci saranno problemi e il trio irlandese continuerà liberamente a esibirsi fino alla fine del concerto, alternando le canzoni a speech e cori pro Palestina.
L’esigenza di ribellione
Il concerto dura circa un’ora e precede i Fontaines D.C., che si esibiscono invece sul main stage.
I Kneecap sono diventati il veicolo musicale di un’esigenza di ribellione. Se la musica è una potenziale miccia, un innesto, la loro ha assunto una veste ben definita. Il loro punto di forza è stato quello di creare una comunità di fan indissolubilmente legata anche per il credo politico. Indossare una maglia dei Kneecap oggi significa condividere i loro ideali.
È curioso che tre ragazzi poco più che trentenni, dall’immaginario da pub tra alcol e droga, siano diventati i principali portavoce musicali di questo messaggio. Vedere l’esaltazione della folla prima del loro arrivo è esemplificativo della loro potenza, ed un «Free Palestine» risuona più vero e sentito.
Anche i loro speech sul palco riflettono questa voglia di apparire diretti e senza filtri. Prima parlano dell’empatia degli irlandesi e della necessità che un popolo come loro sia vicino a chi è oppresso, poi criticano chi pensa sia controverso esprimere delle opinioni contro un genocidio e infine invitano a un’informazione generale sul conflitto.
Non ho ancora parlato di musica ma tutto questo contesto regge anche perché sono musicalmente molto credibili. Sono forti in tutte le forme. Il flow di Mo Chara è aggressivo, tagliente, urlato e l’alternanza gaelico/inglese è incisiva. Móglaí Bap è un collante perfetto perché anche lui tecnicamente ineccepibile e canta con un timbro particolare. Le produzioni sono fresche, molto up, si passa anche attraverso la dubstep e la dancehall e i BPM volano con DJ Próvaí, che, mascherato con il balaclava irlandese, si lancia tra la folla verso la fine dello show.
I brani hanno dei visual a supporto tra l’ironico e il provocatorio. Le canzoni hanno cori e ritornelli che fanno gridare al pubblico «Get Your Brits Out» o «Your Sniffer Dogs Are Shite». Insomma, i Kneecap, in tutto questo polverone, sanno ricreare un perfetto show hardcore hip hop.
Belfast e Dublino distano 170 km, ma al Rock En Seine sono unite dalla passeggiata che porta dal Scène Bosquet al Grande Scène. Stesso pubblico, stesse bandiere, e l’onda dei Kneecap si riversa direttamente sul set dei Fontaines D.C., che radunano la folla più grande del festival.

A Parigi è stato un trionfo irlandese. Due gruppi diametralmente opposti, due generi completamente diversi, ma con un messaggio e una potenza live simile, capaci di smuovere gli animi dei fan o dei curiosi spettatori.
Attivismo trasversale
Tra le due band c’è un profondo sodalizio. Durante il live, Grian Chatten dei Fontaines D.C. è apparso nei visual dei Kneecap per il pezzo Better Way To Live, prodotto insieme alla band di Belfast. Lo stesso leader dei Fontaines D.C., poco prima di Favourite, dedica il brano ai Kneecap. Anche la band di Grian Chatten espone fiera la bandiera palestinese e i visual Free Palestine guadagnano minuti di applausi e cori nel loro set.
Non ci saranno speech particolari, ma il loro show passa dal post-punk dei primi album a un rock più commerciale del recente Favourite. Boys in the Better Land e Jackie Down the Line sono le due canzoni all’inizio set che racchiudono al meglio lo spirito del gruppo di Dublino. In the Modern World invece viene suonata due volte per problemi tecnici ed è la migliore esibizione tra i brani del nuovo album.
Molti artisti si sono esposti politicamente in questi 4 giorni. Floating Points ha mostrato la bandiera sulla sua consolle, Aurora ha dedicato un lungo discorso, altri hanno scelto visual o brevi frasi.
Fontaines D.C. e Kneecap, insieme ai Massive Attack, hanno anche creato un sindacato per i musicisti che denunciano l’attacco militare israeliano a Gaza .
Ho visto il live dei Massive Attack quest’estate e la componente politica in quel caso ha un valore preponderante. Il loro live alterna lunghi visual su Gaza, Netanyahu, Trump ed Elon Musk, trasformando i brani in una colonna sonora delle immagini con un approccio quasi pedagogico.
I Kneecap, invece, vogliono veicolare la rabbia, l’esplosione vitale insita dei fan più giovani. Ed è giusto che sia così, perché alla fine il loro show è una composizione perfetta di musica, ironia, energia, hip hop ma si porta a casa la certezza che qualche giovane, a fine serata, avrà l’esigenza di aprire internet e provare ad avere una maggiore consapevolezza sul contesto geopolitico attuale.
Non so quanto questo possa impattare o smuovere gli animi e non spetta a me dirlo, sicuramente però in questi show il messaggio è stato chiaro, non solo attivismo cosmetico ma volontà di far riflettere.
(Giuseppe Gualtieri)
