Rock En Seine, Parigi, venerdi’ 24 agosto 2012 (Sigur Ros, Placebo, Bloc Party)

rock en seine

Passata la canicule francese (“il fait chaud!”, dirà il parigino medio con riferimento ad una temperatura alla quale un italiano qualsiasi si trastullerebbe soddisfatto e contento), per il primo giorno del Rock En Seine il tempo atmosferico ha voluto donare una leggera pioggerellina pre-autunnale pomeridiana. Poco male, in cartellone ci sono i Sigur Ros, e si sa che gli islandesi possono preferire un clima islandese, appunto. Essere a Rock En Seine a Parigi è una strana coincidenza, e per questa ragione di incastro di casualità ci si perde il live dei Get Well Soon che avrebbe meritato essendo il progetto di Konstantin Gropper in evento speciale accompagnato per l’occasione dall’Orchestre National d’Île de France. Poco male, l’esibizione si può recuperare integralmente qui, per cui è superfluo un commento del presente scribacchino.

L’entrata del sottoscritto vede la Scène Cascade appannaggio degli Shins alle prese con l’ultimo brano: si scappa e si va (non sono mai stato un gran appassionato di James Mercer) per vedere come sono i Bloc Party in concerto. Una curiosità, tutto qui, tanto intimamente lo si sa che la serata finirà per essere unicamente dei Sigur Ros e basta. La band londinese è uno dei misteri del rock: un album di debutto in cui di veramente travolgente c’è solo un brano (“Banquet”) e il resto che è solo un essere al posto giusto nel momento giusto, tipo “è il momento di fare musica modello Franz Ferdinand e noi lo facciamo!”. Poi gli anni (e gli album) a venire hanno dimostrato la pochezza di Kele Okereke e soci, come volevasi dimostrare, ma il tempo non è sempre galantuomo e ce li troviamo ancora qua, i Bloc Party, sette anni dopo. Oddio, la carica c’è e ci stanno all’interno di un Festival del genere, ma è la qualità dei loro pezzi che mi lascia più che perplesso. Tipo l’iniziale “Octopus” (nuovo singolo dell’album “Four”, uscito il 20 Agosto 2012), che alla prova live non è malaccio per l’impatto ma che resta una canzone che io – personalmente – non ascolterei per 5 volte di seguito nemmeno se mi dessero 10 euro. Da notare, tra l’altro, l’assolo di chitarra “copiato” da “Thunderstruck” degli AC/DC…

Sarò banale, noioso e ripetitivo nei concetti, ma l’unico pezzo con cui veramente mi sono esaltato è stato, manco a dirlo, “Banquet”.

Dopo “Banquet” non è più tempo di stare a cincischiare per cui ci si dirige, e a gambe levate, a prendere i posti per i Sigur Ros. Così c’è pure tempo per prepararsi psicologicamente: è la prima volta che li si riesce ad incontrare live, gli islandesi, per cui annusare l’aria, i volti dei fan che attendono la loro band, concentrarsi e ascoltarsi le note di “Svefn-g-englar” che ancora risuonano nel cervello dopo più di dieci anni (era il 2000, e “Ágætis byrjun” è stato una gemma che ha sfinito il mio lettore stereo…) è un’esercizio che è necessario fare. Del resto i Sigur Ros, si sa, sono “mistici”, e c’è bisogno di una sana dose di raccoglimento in ogni religione che si rispetti.

“Lagio í gær”, l’inizio del concerto, parte con un organetto a pedali da fiaba nordica per poi tramutarsi subito in frastuono da storia maledetta alla Barbablù: da qui in avanti è un alternarsi straniante di paesaggi silenti ed orizzonti in loop fonico, con la voce di Jonsi che effettivamente raggiunge picchi che il sottoscritto ha sentito solo da parte di Thom Yorke (“Varúð“), un’intensità che si misura in pelle d’oca che concretamente si manifesta come reazione esterna alle immagini metafisiche che scorrono davanti agli occhi.

I Sigur Ros sono un involucro traslucente, sarebbero la colonna sonora perfetta per la sonda Curiosity per illustrare Leonardo da Vinci ad un alieno ignaro di ciò che succede in questo piccolo mondo alla periferia del cielo. E quando, dopo un’ora di concerto, gli islandesi chiudono con “Popplagið”, quegli ultimi otto minuti di crescendo inumano sono qualcosa che ti rimane in eterno nelle orecchie e nel cuore.

Non c’è più spazio per nulla dopo i Sigur Ros, cotanta bellezza si espande e non lascia posto per niente altro. Bisogna fermarsi e respirare, dopo un live di Jonsi e soci. Ci si affaccia dunque al palco dei Placebo che interpretano muscolosi i loro cavalli di battaglia, ma è tempo sprecato: appena prima si è compiuto un raro momento di bellezza su questa Terra, e non è una cosa da lasciarsi scappare, così di fretta, distraendosi.

Meglio tenersela ben stretta, in attesa della prossima volta in cui ci si ritroverà, senza merito alcuno, davanti a qualche altra magia di bellezza.

sigur ros

(Paolo Bardelli)

Setlist:
Í Gær
Varúð
Sæglópur
Festival
Hoppípolla
Með Blóðnasir
Hafsól
Popplagið

3 settembre 2012

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