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Monti8 a Roma espone cinque artisti internazionali, Justin Cole, Gwen Evans, Alexis Mata, Kevin Sabo e Abigail Hampsey, con la collettiva Beating Loneliness e la prima personale dell’artista Xuanru Wang The Impossible Hand.
I tempi moderni ci impongono delle riflessioni, nonché la capacità di elaborare e coniugare la visione personale del mondo con l’interpretazione degli eventi che si succedono precipitosamente.
Tentiamo, tassello dopo tassello, di sorreggere affannosamente le inquietudini e i timori, gli stimoli informativi e visivi sobbalzanti e ingombranti, tentando ripetutamente di riconciliare le istanze del nostro animo con gli eventi circostanti, che fungono da rottura e, al contempo, da punto di partenza.
Beating Loneliness dimostra come sia possibile affrontare tale processo in due modi opposti: in solitudine o, viceversa, immergendosi nelle dinamiche storiche e sociali.
Nell’isolamento, nella giusta distanza utile all’elaborazione degli eventi, ecco che accresce il livello di astrazione della realtà. Tutto si fa più soffuso, come un velo che cade figurativamente sulla tela, ad indicare, forse, un’elaborazione già avvenuta, già conclusasi, o una separazione necessaria e palliativa.
Justin Cole (Brooklyn, NY, 1995), esprime pienamente quest’esigenza attraverso le tre opere esposte Floral (#11 – #12, oil on panel, 2025) e Seeker (oil on panel, 2025).



I due fiori appaiono come fonti luminose nell’oscurità del quadro, soggetti in solitaria che si ergono in un’atmosfera tenue, onirica, un’astrazione che ricorda appunto l’isolamento del singolo il quale, invero, lontano dalla folla, è in grado di potenziare la propria individualità; così come nel soggetto nella seconda raffigurazione il quale, seppur esposto allo sguardo dell’altro, osservi silenzioso tra il fogliame che funge da protezione, da maschera, facendosi tutt’uno con il circostante.
La realtà può quindi attraversare i sogni, assoggettarsi alle logiche del progresso, mutando in forma e segno, così come in Groupchat III (acrylic and graphyte on canvas, 2025) e in Swan lake or Something (acrylic and graphyte on canvas, 2025), di Kevin Sabo (Richmond, VA, 1992).


L’operazione, nel caso della prima opera, restituisce una riformulazione della visione dei corpi, femminili e maschili. Tuttavia, la riflessione non pone l’accento tanto su codici riformulativi dei canoni culturalmente imposti, quanto sulla decostruzione dell’immagine dell’altro intesa come composizione di aspettative sociali, estetiche, di riconoscibilità identitaria e di appartenenza a un gruppo.
Non a caso entrambi i titoli interpretano profeticamente il turbinio nel quale ciascuno è chiamato a vivere, tra relazioni interpersonali collocate da un lato entro luoghi deformanti e performativi, e, dall’altro, nell’andamento tondeggiante richiamato dalla seconda opera.
L’artista evoca così la conduzione ambigua e costante dell’esistenza attraverso due grandi archetipi, nonché la lotta tra due forze, quella del bene e quella del male, raffigurate dalla danza fluttuante di due ballerine, probabilmente un rimando ai due cigni nella celebre opera dell’omonimo balletto.
Alexis Mata (Città del Messico, 1981) racconta il paesaggio messicano attraverso una riflessione sottile e stratificata sull’intelligenza artificiale.


Le opere Colorful Sunset in the Desert (oil on canvas, 2025) e Mirror in the Sunset (oil on canvas, 2025) s’impongono all’occhio per la loro intensa vitalità cromatica e per la complessità visiva. Pur rappresentando un paesaggio essenziale, privo di elementi superflui o ridondanti, le due tele restituiscono un ambiente che va oltre la mera descrizione del territorio: è un luogo immaginato, sospeso tra il sogno e la simulazione.
L’universo pittorico di Mata, infatti, appare contaminato da una dimensione favolistica, a tratti fantascientifica, in cui la luce e i riflessi si fanno portatori di un’alterità inquieta.
Lo sguardo di chi osserva scala necessariamente i molteplici piani percettivi e l’IA, con cui l’artista avvia un’interlocuzione sulla memoria paesaggistica, diviene interlocutrice attiva.
Se nella rappresentazione digitale l’acquisizione della prospettiva di una realtà pluridimensionale è centrale, in Keepsake II (oil on canvas, 2025) Gwen Evans riflette sulla necessità, non solo dell’artista, di porre fra sé e il mondo circostante una distanza che funga da protezione.

Il timore che le paure sociali e le difficoltà del contemporaneo possano insinuarsi nel meccanismo che governa la nostra psiche fa del ricordo (“keepsake”) un principio nel quale rifugiarsi. La mano che tiene delicatamente i fiori sembra suggerirci la delicatezza di un’azione necessaria, la tutela della sostanza della nostra anima a dispetto dell’ingerenza degli eventi esterni.
Abigail Hampsey rappresenta, invece, con In That Place, We Are Running Toghther (acrylic on canvas, 2025) un ritaglio spaziale proiettato essenzialmente verso un’osservazione esterna.

In questo caso, passeggiare tra gli elementi della natura diventa fonte di ispirazione irrinunciabile per l’artista che raffigura ciò che gravita attorno alla propria figura in movimento con colori vividi e luminosi.
Nella serie esposta separatamente presso il project space della galleria in via dei Reti, The Impossible Hand di Xuanru Wang (Cina, 2000), artista che vive e lavora a Londra, ritorna il concetto di desiderio come condizione fondante dell’esistenza umana.





Le mani assumono, in questo caso, un ruolo centrale. S’intravedono sulla tela, traspaiono dagli elementi raffigurati, emergendo dalle forme quasi come a farne parte. La suggestione immediata invita l’osservatore a prestarvi maggiore attenzione, alludendo metaforicamente ad un certo tipo di cinematografia e a parte della pittura classica.
Wang esplora la dimensione più intima e arcaica dell’essere, creando un ponte tra presente e passato, tra conscio e inconscio. I suoi dipinti non si limitano a rappresentare ma evocano, instaurano un contatto con il gesto che si fa parzialmente visibile.
L’interesse per i materiali pittorici amplifica la dimensione ancestrale, rituale, attraverso cui la materia plasma il processo di rivelazione. È così che la ricerca dell’artista è definibile come un’esperienza di decifrazione di segni nascosti, di lettura di una grammatica emotiva che parla del nostro essere al mondo.

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