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Photo by Jan Rijk
C’è una sensazione che si sedimenta lentamente nel corpo dopo tre giorni passati a Rewire: quella di aver attraversato un paesaggio che non si può mappare, ma solo vivere. Non è un viaggio ordinato né un consumo passivo di concerti: è un’esperienza stratificata, in cui ogni performance, ogni ambiente, ogni frammento di suono si inscrive dentro un flusso più ampio. L’Aia, con le sue strade eleganti, la compostezza dei suoi canali e il rigore urbanistico olandese, diventa un organismo poroso, attraversato da suoni, voci, immagini, e da una miriade di tensioni che abitano le musiche del contemporaneo.
Partecipo per la prima volta in questo 2025 a uno dei festival più chiacchierati (e meglio recensiti) d’Europa. La programmazione è monumentale, tanto ampia da sembrare quasi impossibile: un equilibrio delicato tra nomi nuovi e progetti storici consolidati – tra cui spicca Laurie Anderson, tra le proposte di chiusura del festival – ad accompagnare questa sorprendente tre giorni in un inaspettatamente mite finesettimana nord-europeo.
Se pur non ho dati precisi riguardanti i numeri ufficiali, posso dire senza timore che il festival è stato attraversato da un pubblico molto ampio. Eppure, grazie alla struttura razionale e agli spazi ariosi dell’Aia, il flusso umano non ha mai dato una sensazione di affollamento ingestibile. Girando per la città, sembrava quasi un weekend qualsiasi, una normalità elegante che favoriva sia la vivibilità dei residenti sia l’accoglienza del pubblico internazionale. Una lezione di equilibrio urbano difficilmente replicabile altrove.
Il rovescio della medaglia, però, c’è: la necessità di dare spazio a tutti ha portato a un programma fittissimo, con sovrapposizioni anche pesanti – ho contato fino a otto concerti simultanei – e file sisifee che si formavano almeno mezz’ora prima degli spettacoli più richiesti. Questo ha obbligato il pubblico a pianificare strategie di sopravvivenza: pause studiate, spostamenti rapidi tra venue comunque tutte centrali, ma anche -per alcuni- la necessità di abbandonare concerti a metà, in una sequenza quasi spasmodica di entrate e uscite.
Aspetto con ansia che qualcuno inventi un vaccino contro la FOMO, perché certe scene – fughe premature, occhi incollati all’orologio invece che al palco – sono dolorose da vedere per chi ama l’esperienza piena della performance. E non voglio pensare a cosa possa provare chi si trova dall’altra parte, sul palco.

Photo by Baroeg Mulder
Detto ciò, impossibile non elogiare la qualità straordinaria delle location: moderne, funzionali, adattabili tanto alla musica elettronica più densa quanto alle esecuzioni cameristiche più sottili. Neutralità estetica e acustica impeccabile: mai, nemmeno nei momenti più rumorosi o intricati, ho avvertito fatica di ascolto. A fine festival, le orecchie erano ancora fresche. Un piccolo miracolo tecnico.
Dal punto di vista artistico, il bilancio della mia esperienza è decisamente positivo. Nelle giornate di venerdì e sabato, dense fino a notte fonda, e nella domenica più rarefatta e decompressa, ho assistito a circa quindici concerti, con una media qualitativa altissima.
Tra i più attesi, sicuramente gli artisti affiliati al mondo Nyege Nyege Tapes: MC Yallah & Debmaster, De Schuurman e Lord Spikeheart.
Lord Spikeheart, in particolare, ha dimostrato quanto la fisicità e la presenza scenica possano ribaltare le gerarchie del live. Pur affidandosi in parte al playback, ha dominato il palco come un demiurgo noise-core, spingendo il pubblico in una festa collettiva fatta di urla, sudore, corpi che si spingono. Una vittoria della performatività vera contro chi ancora sogna la sterilità filologica del “concerto perfetto”.
Il live di MC Yallah & Debmaster è stato invece un’esplosione di potenza; Yallah alternava idiomi diversi, intessendo linee vocali taglienti su beat spezzati e sonorità industriali, tra reminiscenze grime, hip hop e dancehall mutata. Subito dopo, De Schuurman ha costruito uno dei set più febbrili dell’intero festival: una rilettura personale della bubbling house, genere nativo della diaspora africana in Olanda, con una struttura liquida, iperveloce, a metà strada tra footwork e techno.
Tra le conferme più roboanti c’è stata Aya insieme a MFO ai visual: un’ora scarsa che sembrava condensare tutta la frustrazione, l’ironia, l’intelligenza del suo “hexed!”, uscito quest’anno per Hyperdub. Un live serratissimo, travolgente, con una padronanza scenica che raramente ho visto così efficace. Una danza caotica e controllata che trasformava il PAARD in un organismo in trance.
Il sabato ha visto un picco emotivo importante grazie a una doppietta formidabile: Osmium (il supergruppo composto da Hildur Guðnadóttir, Rully Shabara, Sam Slater, James Ginzburg) e Heith.
Osmium è stata la sorpresa definitiva: una costruzione lentissima di tensione, un noise orchestrale che fonde canto gutturale, bordoni analogici e collassi ritmici in una grammatica sonora nuova, quasi esoterica. Un live che lascia il pubblico sospeso, senza possibilità di appigli.
Heith, invece, ha confermato la sua traiettoria come ritualista sonoro: un concerto costruito come un percorso iniziatico tra suoni ancestrali e stratificazioni elettroniche, dove la pulsazione ritmica diventava materia organica.
La domenica mattina, in modalità più che rilassata, ho avuto il privilegio di ascoltare FUJI|||||||||||TA con una delle performance più rarefatte del festival, con un grande focus sul suono. Subito dopo, Nyokabi Kariũki insieme al Cello Octet Amsterdam ha offerto un set di grande delicatezza e profondità, in cui voce, elettronica e archi si fondevano per costruire una narrazione sonora sulle memorie e le fratture del postcolonialismo africano.
A chiudere il mio Rewire è stata Lyra Pramuk, che presentava il suo nuovo album. Purtroppo, il tempo rubato dopo il live mi ha fatto perdere alcune delle ultime esibizioni, lasciandomi addosso una sospensione malinconica solo in parte alleviata dall’afterparty finale.
Detto ciò, la palma del ‘mio’ miglior concerto del Rewire va a Billy Bultheel, compositore belga, che ha presentato a L’Aia il suo nuovo lavoro A Short History of Decay. Una grossa produzione, difficilmente intercettabile in Italia per quelli che sembrano le richieste tecniche e costi di produzione decisamente alti. Quindi mi sento fortunatissimo ad aver potuto assistere a questa performance, che mi ha lasciato un’euforia per giorni.

Photo by Pieter Kers
Accanto ai concerti, il Rewire ha saputo costruire una dimensione installativa e ambientale di altissima qualità. Non un contorno, ma una seconda via d’accesso all’esperienza del festival. Su tutte, quella che più mi ha affascinato è stata “Organism + Excitable Chaos” di Libby Heaney, con sound design di Shelly Knotts e Sasha Engelmann.
Un ecosistema interattivo che traduceva simulazioni di dinamiche biologiche in suoni e immagini in tempo reale, costruendo un ambiente in cui la percezione non era mai fissa: tutto cambiava, tutto reagiva. Il visitatore diventava parte del sistema, interagendo involontariamente con le fluttuazioni di questo organismo ibrido.
Il suono oscillava tra field recordings manipolati, glitch ambientali, pulsazioni granulose, costruendo una drammaturgia viva, pulsante, di grande efficacia emotiva oltre che concettuale.
Altre installazioni sparse per la città contribuivano a rendere l’attraversamento dell’Aia una sorta di cammino dentro una geografia sonora diffusa, dove ogni luogo poteva trasformarsi in uno spazio d’ascolto alterato.
In definitiva una esperienza estremamente positiva, a cui sento la fortuna di aver potuto partecipare in questi anni di incertezza, sperando che anche questi grandi eventi culturali europei possano continuare a esistere nei prossimi anni.
(Matteo Mannocci)


