MEMORYHOUSE, “The Sideshow Effect” (Sub Pop, 2012)

Dietro il nome Memoryhouse si celano due ragazzi canadesi: lei, Denise Nouvion, fotografa dalla voce suadente a tempo perso, lui, Evan Abeele, compositore di classica in vena di citazioni (Memoryhouse è infatti anche il titolo di un album di Max Richter del 2001). I due, dopo alcune prove sulla breve distanza, esordiscono con questo “The Slideshow Effect” su Sub Pop e, forse è utile chiarirlo subito, tirano fuori un disco che probabilmente non susciterà clamori ed entusiasmi, ma che è a suo modo straordinario.
Siamo di fronte ad un caso di dream pop basico, a tratti scheletrico, che dei classici del genere non ha l’urgenza rumoristica dei My Bloody Valentine, né lo sperimentalismo gotico e le tinte fredde dei Cocteau Twins. È un album da cameretta o da viaggio, dominato dalla voce ambrata e dalle atmosfere create da Denise Nouvion, e che mostra la propria eccezionalità nello spettro di sfumature che riesce a coprire: dal pop chitarristico ma dimesso di “Little Expessionless Animals” e “The Kids Were Wrong”, che rapiscono in un gioco da tramonto festivaliero alla Wild Nothing e primi Pains Of Being Pure At Heart, ai quali i Memoryhouse si candidano a contendere il primato della traduzione contemporanea della nostalgia anni ’80, alle grandi narrazioni di “All Our Wonder” e “Heirloom” le quali richiamano a tratti una delle proposte più originali e spiazzanti dello scorso anno, quel “Kaputt” dei Destroyer, oggetto musicale non identificato per eccellenza in tempi recenti. Per finire nelle sabbie mobili delle melanconie intimiste da primissimi Coldplay in “Kinds Of Light” ed alle algide arie da shoegazer mancati di “Old Haunts”.

Cosa c’è allora di così straordinario in un album di questo genere? Perché si impone in quel modo molto particolare ed un po’ inspiegabile che così da vicino ricorda il fascino discreto dell’ultima fatica dei Destroyer? Recentemente uno dei massimi ideologi contemporanei, musicali e non, Nitsuh Abebe, ha tentato una difesa d’ufficio di quella musica da lui definita “sedata”: di tutto quell’insieme di proposte, genericamente tendenti al pop ed eticamente attratte dall’introspezione elettrica ed acustica, che è spesso accusato eludere i problemi, di far deviare il rock dalla sua missione ad un tempo devastatrice e redentrice che tradizionalmente si articola nel noise e nella potenza di fuoco dell’autenticità. Bene, alla vulgata che pretende che ad ogni perdita di essenza del rock segua “un’epoca di rivoluzione”, che ad ogni prog e ad ogni glam subentri un punk, Abebe oppone l’idea che il significato risieda anche nell’atteggiamento riflessivo e pensoso della musica “sedata”.
Da questo punto di vista, a parere di chi scrive, si spiega la rilevanza di un album, come quello dei Memoryhouse, all’apparenza così normale, ordinario: esso entra dentro di noi non solo grazie alle splendide melodie ed alle suggestive atmosfere, che d’altra parte non inventano in effetti alcunché, ma si propone alla attenzione come un meta-album, come un disco meta-musicale, riflette e fa riflettere sul problema del pop, del significato, della natura di ciò che ascoltiamo. Se è vero infatti che oggi vi è ricerca artistica di pacificazione ed evasione, in un contesto però da anni ’30, i Memoryhouse si inseriscono in un filone pop poco presente, quello cioè che ci ricorda tutto ciò che di pacificato vi era nei virulenti (musicalmente) anni ’80.

D’altra parte, l’effetto Sideshow altro non è che quella tecnica che, attraverso l’uso dello zoom, conferisce ad immagini in sequenza l’apparenza del movimento. Spesso questa modalità indica una mancanza, l’assenza di un effettivo dinamismo, il segno quindi di una povertà tecnica: anche “The Sideshow Effect” indica un venir meno, un vuoto di significato, attraverso un album densissimo di significato, l’altrui resa ad un pop anche di qualità, ma di mero intrattenimento.
In questo senso le filastrocche e le narrazioni dei due canadesi incidono, si fissano nell’ascoltatore nella loro apparente, e solo apparente, normalità. Di qui l’autentica anormalità di questo straordinario esordio.

80/100

(Francesco Marchesi)

9 Marzo 2012

(foto di Denise Douvion – www.memoryhou.se/photography)

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