GIARDINI DI MIRO’, “Good Luck” (Santeria, 2012)

Il post-rock è morto. Da un pezzo. E anche i Giardini Di Mirò l’hanno capito. Da un pezzo. Tralasciando la validissima parentesi de “Il Fuoco” che resta una parentesi, già in “Dividing Opinions” Nuccini, Reverberi e soci si erano avvicinati alla forma canzone. Una sorta di risposta italiana ai Piano Magic, non solo per la preziosissima collaborazione con il titolare del progetto inglese Glenn Johnson. Con delle soluzioni stilistiche ormai lontane dal Kentucky e più accomunabili allo shoegaze britannico.

Un’intro praticamente perfetta, la scheletrica e funerea “Memories” e un solo brano strumentale, questa volta, che poi dà il titolo all’album, “Good Luck”. Che finisce per suonare come un intermezzo e non come un marchio di fabbrica come poteva essere ai tempi di “Punk…Not Diet”, o ancora più indietro di “Rise And Fall Of Academic Drifting”. Le voci sono ormai parte quanto le digressioni delle sonorità peculiari della band del paese di Lenin sindaco onorario e Orietta Berti. E non a caso si ricorre a due collaboratrici d’eccezioni, meno internescional e altisonanti, ma in linea con i “nuovi” Giardini Di Mirò, Sara Lov dei Devics e Angela Baraldi, onnipresente performer di progetti-tributo già protagonista in Quo Vadis Baby? di Salvatores e collaboratrice live degli amici Julie’s Haircut.

La prima offre la sua voce nella dolente “There Is A Place”, morbida nenia sospesa tra Hood e Broadcast, la seconda arricchisce i sette intensi minuti di “Rome”, notturna e cantautorale, a tratti addirittura nickcaviana e in parte deturpata dalla proverbiale esplosione in the sky che per quanto intensa e a suo agio nel climax del brano, è stata trasformata dal corso dei tempi in un cliché del filone. Non certamente per causa loro. Meno evidente, ma di qualità l’apporto della cantante bolognese in “The Spurious Love”. Canzone dalle pregevoli reminiscenze wave che sembra veramente scritta da quel genio troppo sottovalutato di Glenn Johnson quanto la conclusiva “Flat Heart Society”. Il lato oscuro degli anni Ottanta sempre aleggiante in “Dividing Opinions” è rievocato come un guilty pleasure.

L’avvicendamento tra Francesco Donadello e Andrea Mancin dei My Awesome Mixtape non sembra aver inciso in alcun modo sulla resa sonora dei Giardini ed è inutile sottolineare l’efficace cura nei suoni e negli arrangiamenti. Il punto debole è semmai nella novità della loro proposta che può risultare soprattutto ai primi ascolti un po’ monotona e già sentita nel passato più recente. Anche per questo motivo quando i bpm si alzano piace “Time On Time”, sulla fiera scia di quel sound homesleep che rendeva l’Italia così orgogliosa di una propria scena rock in Europa e oltre. Soluzioni ai limiti del kraut, stridori vagamente Loveless per il momento migliore dell’album.

Come anticipato da Nuccini in occasione della presentazione del teaser, l’album non ha alcun significato altro, a partire dal titolo. E i Giardini Di Mirò sembrano aver definitivamente raggiunto un livello di semplicità compiuta e peculiare che non stupisce, ma che quantomeno sa ancora appagare orecchie e animo.

68/100

(Piero Merola)

15 Marzo 2012

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