APPARAT, “The Devil’s Walk” (Mute, 2011)

C’era una volta, su un canale televisivo che oggi propone unicamente show centrati sulle vicende di sgraziati tamarri del New Jersey o su preadolescenti in stato interessante, un programma di musica dal gusto raffinato, sobrio, gradevolmente postmoderno. Accadde un giorno che il carismatico conduttore, educatore di una generazione di appassionati, introducendo un video dei Beanfield, si produsse nella seguente definizione del genere del quale questi ultimi erano classici rappresentanti, la cosiddetta intelligent dance, o IDM: intelligent dance è quella musica che si sente in sottofondo nelle boutiques di lusso, quelle in cui i prezzi sono molto molto alti, e le commesse molto molto gentili.

In passato Sascha Ring, alias Apparat, è stato avvicinato, se non totalmente identificato con questo fumoso ed inafferrabile sotto-genere, giungendo ad esserne uno dei maestri riconosciuti. Adesso questo “The Devil’s Walk”, ultima fatica dell’artista tedesco, rappresenta il punto di completa rottura con l’IDM.
Abbandonate le ipotesi di affinamento dell’universo della techno, Sascha si dirige, non da adesso in verità, dalle parti dei rarefatti panorami acustici di matrice nordica; è stato fatto, non a caso, il nome dei Sigur Ros, anche se il riferimento più immediato sembra poter esser il recente “Immolate Yourself” dei Telefon Tel Aviv, progetto del collaboratore di Ring, Joshua Eustis. L’elettronica è in effetti ancora presente, ma contenuta in un minimalismo connesso alle dolenti pulsazioni del Thom Yorke solista, decentrata e messa al servizio di una composizione di tipo cantautorale, di ottimo livello per altro, che ha come centro interpretazioni vocali di valore, ma che rendono la proposta dell’album molto classica ed un po’ già sentita.
“Sweet Unrest” e “Song of Los”, in questo senso, aprono il disco e lo interpretano al meglio, attraverso una impostazione che privilegia la forma-canzone a livello di struttura, e la utilizza per veicolare un messaggio denso ed evocativo. Dopo questa partenza che misura la cifra e il senso dell’intera opera, l’atmosfera si normalizza, non mancando per altro di eccellenti pezzi come “Ash/Black Veil”.

Un album importante quindi, di un autore importante. Un album di trasformazione, momento per sua natura di passaggio ma già a fuoco su un’idea forte. Un album bello ed impegnativo. Non si cada però in un errore analogo a quello commesso recentemente per il “movimento” chillwave: un disco di questo genere poteva essere prodotto anche all’inizio del passato decennio, il che nulla toglie al valore di una operazione, che non è però certo ricerca di inediti orizzonti.

75/100

(Francesco Marchesi)

14 Novembre 2011

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