THESE NEW PURITANS, Hidden (Domino, 2010)

In tutto l’interminabile marasma di new new wave, revival post-punk, o come caspita vogliamo chiamarlo, l’esordio dei These New Puritans mi aveva lasciato un segno potente già dal primissimo ascolto. Qualcosa che pensavo non mi sarebbe più capitato, ormai assuefatto dal viavai di sbarbati fighetti inglesi in odore di Talking Heads. E invece, pem! Arriva “Beat Pyramid” e io ci rimango sotto.

Che poi i These New Puritans sono fighetti eccome e sono anche molto più furbetti di altri coetanei: dire, ad esempio, che la propria musica è ispirata dal Wu-Tang Clan, è proprio una di quelle boutade che sanno di un puzzolente mix NME-Pitchfork lontano un miglio. Eppure uno come me ci casca con tutte le scarpe; perché ad ascoltarlo “Beat Pyramid” aveva davvero dentro il sapore del Wu-Tang Clan (o meglio, dell’hiphop in generale) tanto quanto si poteva buttare lì un facile Gang Of Four. Il tutto farcito da testi ricchi di ossessioni numerologiche al limite della paranoia.

Poi il disco passa e nessuno pensa più molto a loro, finché un giorno non salta fuori “We Want War”. Ecco, per descrivere il nuovo “Hidden” basterebbe parlare di questo primo singolo, che ne è un po’ la summa e il manifesto.
Cominciamo con il dire che, alla faccia del singolo, il pezzo dura sette minuti e mezzo: le chitarre sono praticamente inesistenti e tutto si concentra, oltre che su oscuri inserti d’archi, su di una ritmica ossessiva e serratissima. La voce ripete il solito mantra incomprensibile ma è il ritmo il vero protagonista: tamburi e sequencer flirtano pesantemente non soltanto con l’hiphop come in passato, ma anche con la dancehall e, di colpo, per quanto possa sembrare una bestialità (o una follia), con “Clapping Music” di Steve Reich. Il tutto paurosamente coeso, sposando cori e orchestrazioni alla “Atom Heart Mother” ad una glaciale meccanicità.
A questo punto il lettore penserà: o il nostro caro Gabruti s’è pesantemente drogato, oppure questi ragazzetti hanno definitivamente pisciato fuori dal vaso. Nessuna delle due.
Perché questo “Hidden”, pur dovendo gestire evidenti ambizioni fuori dalla norma, funziona alla grande. Funziona innanzi tutto nel dare una svolta alla stagnante situazione inglese, buttando finalmente un occhio verso New York e qualche orecchio in particolare verso certi Liars (che a dirla tutta già i Klaxons in realtà ci avevano provato, ma questa è un’altra storia con altri risvolti).

La realtà è che non se li filerà nessuno, anche se oltre a pezzi come “We Want War” ci sono ossessioni da strada come “Three Thousand”, ossessioni tribali come “Drum Courts”, ossessioni d’avanguardia come “Hologram” o cinematografiche come “Orion”. Sì, ossessione è la parola chiave per questo disco e per la band stessa, che arriva a campionare spade sguainate, catene, sacchetti di monete, crani spaccati a bastonate e chi più ne ha più ne metta, in cerca dell’effetto sonoro più funzionale alla situazione, in una produzione che è puro godimento per le orecchie
Ambizione e faccia di tolla che, dicevamo, passeranno un po’ inosservate, forse perché un po’ fuori tempo rispetto all’hype discendente della new new wave inglese, forse per una natura un po’ snob di fondo che autoesilia questi pischelli rispetto a qualunque “scena” possibile. Tutte cose che però per il sottoscritto non possono che essere pregi perfetti per salvarci finalmente da una situazione-fotocopia che pareva senza speranze e trovarci fra le mani un gran disco da tenere a mente per le rituali classifiche di fine anno.

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