MASSIMO VOLUME, Bologna nov. 2008 (Mescal / EMI, 2009)

Ho quasi trent’anni, e mi accorgo di iniziare a fare discorsi da vecchio. Quando avrò 80 anni (sempre se…), sarò un vecchio sentimentale, di quelli ai quali vengono i lucciconi ogni volta che uno sguardo, un vestito, una luce riporterà in mente qualcosa della loro vita da giovane.
La mia unghia taglia, affamata, la plastica che abbraccia il disco. E subito inizio a fare pensieri da vecchio, a ricordare l’emozione degli anni in cui, quando arrivava a casa un album targato Mescal, già sapevo ancora prima di inserire il cd nel lettore che avrei ascoltato qualcosa di rilevante, e bello.
E poi inizio a pensare a chi ha sedici anni nel 2009. Quando io avevo quell’età, i Massimo Volume furono tra i gruppi che mi hanno cambiato la vita. E non saprei nemmeno spiegarlo: chissà quali corde hanno toccato le parole di Mimì, la chitarra carezzevole e affilata di Egle, quella batteria che nessuno sa far parlare come Vittoria. Io ho avuto i Massimo Volume, a cui aggrapparmi in certi momenti di disperazione perfetta e di luce calmissima. Un sedicenne, oggi, chi può avere?
Pensate a un nome, un nome qualunque dei piccoli fenomeni indie di questi anni. Io, ancora oggi, ho i brividi ad ascoltare “Qualcosa sulla vita” (la polvere nell’aria, i ricordi chiusi nelle scatole). “Fuoco fatuo”, una scheggia di terrore puro, mi fa tremare ancora. Con quali band di oggi un ragazzino potrà provare le stesse cose?

Ecco. Sono questi, i pensieri che mi attraversano, mentre foro la plastica con l’unghia del pollice. E’ solo quando inizio ad ascoltare il disco che mi è accorgo che “Bologna nov. 2008” è tutto meno che nostalgia. Superata l’emozione di quel basso che si arresta durante “Atto definitivo”, di quell’”io” gridato a metà de “Il primo Dio”, restano canzoni che non sono invecchiate, e che hanno ancora un senso, una magia, una forza.
Verrebbe da ragionare su come l’aggiunta della chitarra di Stefano Pilìa abbia perfezionato l’equilibrio tra stridori e pienezze, di come il basso di Mimì si prenda uno spazio maggiore che in studio, o di come l’inedito “Esercito di santi” avrebbe alzato di parecchio il livello di “Club privè”, sospesa com’è tra misticismo, vortici improvvisi e cliché letterari.
Ma sono dettagli. Il punto è, lo ripeto, che queste canzoni non sono invecchiate, così come la band è magnifica proprio come la ricordavamo. I conti col passato sono stati chiusi: ora, restano capitoli nuovi da preparare.

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