SOUNDGARDEN, Badmotorfinger (A&M Records, 1991)

Non un anno qualsiasi, il 1991: escono “Achtung, Baby!”, “Blood Sugar Sex Magik”, “Gish”, “Innuendo”, “Metallica”, “Nevermind”, “Out Of Time”, “Ten”, “Use Your Illusion”, più una miriade di altri lavori significativi, nel grunge, nel metal, nel pop e nell’indie. Un’annata sfortunata per tentare quindi l’assalto al Palazzo d’Inverno, tanto più a causa delle vicissitudini personali, come la morte di Andrew Wood (e le energie spese quindi per i magnifici Temple Of The Dog, usciti sempre nel ’91) e la spugna gettata da Yamamoto. Eppure i Soundgarden, raccogliendo molto, anche se meno delle ambizioni, non sbagliano il tiro nemmeno questa volta, forti di una consapevolezza mastodontica e dell’innesto della personalità feconda e difficile di Ben Sheperd.

La cosa strana è che gli ingredienti, nominalmente, sono gli stessi, ma appaiono tutti mutati, come se il crollo del Muro sonoro degli anni ’80 avesse già fatto in tempo a farsi risentire. Così c’è il metal, ma più secco, asciutto e moderno (e Date, ancora in cabina di regia, progredisce velocemente), la psichedelia raggiunge un oblio più allucinato che disperato, il punk-hardcore si irrigidisce in scosse telluriche, più che influenzare l’intera edificazione del suono. E c’è poi l’avvento, fin’ora solo annunciato, del pop, nelle sue declinazioni più beatlesiane, a sostituire l’irrequietezza della wave inglese.
Insomma, “Badmotorfniger” è in sostanza la costruzione di una solida impalcatura metallica che sostiene una piccola Babele di idee e soluzioni finalizzate tutte però, forse un po’ freddamente, all’esplosione del risultato finale nei timpani degli ascoltatori.

Così l’inizio è affidato alla dinamica “Rusty Cage” che presenta già le convulsioni del basso di Sheperd, le quali marchieranno il sound dei nostri fino alla fine, e che convincerà persino uno scorbutico come Johnny Cash, mentre il primo singolo, “Outshined”, si fa avanti con un andazzo metallico che si schiude in una melodia coinvolgente. Bella e di successo, ma viene subito surclassata dall’avanzare di “Slaves & Bulldozers”, capolavoro metallico e vertice insuperato della vocalità di Cornell, che in questo frangente non è affatto intimorito nel rimettere a posto Sua Maestà Plant con un acuto terrificante e solido.
Sulle macerie lasciate dal brano precedente, “Jesus Christ Pose” lancia una fredda cavalcata blasfema col ghigno di uno scherzo che uccide, ed è forse l’ultima testimonianza di un’influenza wave determinante nella carriera dei Garden.
C’è poi l’eterodossa “Face Pollution”, uno strano hardcore con la bava alla bocca e con progressioni prog. “Somewhere”, composta dal nuovo arrivato, è una sorprendente ballata grunge che guarda verso Abbey Road e anticipa molto di quanto seguirà, facendo storcere il naso a qualche oltranzista.

“Searching With My Good Eye Closed” è la perfetta summa di un’intera carriera, riprende il discorso di “Nothing To Say” (da “Screaming Life”) e lo propaga in un campo magnetico mostruosamente epico (i Monster Magnet, appunto, vorrebbero da decenni arrivare a tanto…), l’abbandono è garantito da voci lanciate verso il cielo e da arpeggi mesti e solenni.
C’è poi “Room A Thousand Year Wide” che inizia con un urlo metal e sorprende con una maturità melodica di grande classe, tra le spire annoiate di un incedere solido, per chiudere con un sax molto fun house. “Mind Riot” ravviva la fiaccola psichedelica che brucia incensi e avvolge col fumo templi e prospettive stellari, ma è ancora un ritornello pop a fungere da ancora col mondo terreno, prima che un assalto blues alcoolico di nome “Drawing Flies” conduca il tutto su binari sgangherati e abbastanza inusuali (quanto boogie e quanto sax avete sentito in altri dischi grunge?).
In coda, l’insipida “Holy Water” e l’apocalittica “New Damage” non rimarranno di certo nella storia, ma sono forse i soli episodi a non convincere del tutto.

“Badmotorfinger” è, insomma, un album compatto e ben strutturato, poco spontaneo ma pieno di episodi entusiasmanti. Comunque un album di transizione, di assestamento, come confermano pure le tre belle cover (Devo, Rolling Stones e Black Sabbath) presenti come retro nei singoli o sul cd bonus “Satanoscillatemimetallicsonatas”. Un album che è soprattutto l’apripista del sentiero che condurrà tre anni dopo alla caleidoscopica impresa di “Superunknown”…

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