AIR, “Moon Safari” (Source, 1998)

Ci sono teorie, si sa, secondo cui Armstrong non sarebbe sbarcato sulla Luna, il 20 luglio 1969. Ombre sbagliate, il vento che muove la bandiera americana mentre sulla Luna non ce ne dovrebbe essere, insomma una serie di presunte incongruenze per una delle più suggestive teorie dietrologiche. Ma c’è una sicurezza: gli ascoltatori sono sbarcati sulla Luna nel 1998, con “Moon Safari”. Anche se al tempo gli Air avevano già fatto assaggiare al pubblico e alla critica (che li ha osannati fin da subito, soprattutto NME) alcuni singoli poi riuniti nell’ep “Premiers Symptomes” nel settembre del ’97, è con la risacca del mare e le percussioni dell’inizio di “La Femme D’Argent” che il duo di Versailles si spalanca davvero al mondo, canzone d’apertura che diventerà il perfetto manifesto della concezione aircentrica: giri di basso ipnotici, piani rhodes acidi, violini languidi, moog lancinanti, uno spaventevole equilibrio tra giochi di luce, viaggi onirici e carezzevoli melodie.

Le definizioni stanno strette, c’è del lounge, dell’elettronica alla Jean Michel Jarre, del pop francese degli Anni Sessanta, forse il termine che più rende l’idea di questa nuova esperienza sonora è “retrofuturismo” perché “Moon Safari” è come quelle ambientazioni asettiche di “2001 Odissea nello Spazio” che sono tipicamente sixties e, contemporaneamente, del tutto futuribili data la linearità delle forme e degli spazi. Un moderno-antico, dunque, un viaggio retrò tra le bellezze del passato e il fascino di ciò che verrà, dell’inimmaginabile.

“Sexy boy” è il singolone che spopolerà, ispirato da una sfilata di moda maschile, un episodio che a posteriori può essere definito quasi piacione ma che contiene in sé momenti di assoluta grazia come l’assolo di synth a metà pezzo, “Kelly Watch The Stars” la sorella del singolone (infatti secondo estratto) con quel basso wah-wah e il vocoder che chiede a Kelly di guardare le stelle. Kelly è una delle protagoniste femminili di Charlie’s Angels, Jaclyn Smith, evidentemente sogno proibito adolescenziale di Godin e Dunckel. La coppia “All I Need” e “You Make It Easy”, cantate entrambe dall’americana Beth Hirsch, fanno invece storia a sé e rappresentano momenti in cui gli Air danno prova di avere nel dna anche un pop più tipicamente internazionale con striature di easy listening, episodi laccati e un po’ da cartolina ma in ogni caso piuttosto toccanti e di una raffinatezza esclusiva, mentre i delicati appoggi melodici del piano elettrico e dei violini in “Talisman” riportano alle atmosfere iniziali della donna ricoperta dall’argento (o dal denaro?).

Dalla privilegiata visuale lunare poi gli Air non perdono l’occasione di rifare una capatina sulla Terra, e più precisamente sulle spiagge dei Beach Boys, campionando il rullante di “Do It Again” per “Remember”, la canzone più “elettronica” del lotto giocata tra vocoder e volteggi dei sintetizzatori. E se il mattino satellitare ha i colori sixties di “Ce Matin La” e l’eterno affastellarsi della vita quello della luce di un nuova stella nel cielo, a “New Star In The Sky” (dedicata alla nascita del figlio di Jean-Benoit, pezzo che di più tradisce l’anima intimamente acustica degli Air…), “Moon Safari” si chiude con il sax sintetico di “Le Voyage De Penelope”, ultimo cammino in cui non è Ulisse a viaggiare bensì Penelope, una donna, e l’intero percorso compiuto appare dunque quasi un viaggio femminile, più mentale che fisico.

“Moon Safari” è pertanto un’esplorazione continua, in lungo e in largo, della Luna, ma lo è più propriamente di ciò che la Luna ha sempre significato per le persone: un’immersione nei ricordi, nelle dediche, nei baci, nell’emozione, nell’evasione. E se Astolfo ha riportato sulla Terra il senno di Orlando, e anche il nostro, gli Air ce l’hanno riportato irrimediabilmente lassù, dentro ad un cratere, sperduto e introvabile.

98/100

(Paolo Bardelli)

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