CULT, Love (Beggars Banquet, 1985)

Linda parla a Steve, seduta sul suo pavimento, con in mano il vinile di “London Calling” dei Clash. Parla delle sue prime storie d’amore andate male. “Dopo ho pensato che avrei conosciuto qualcuno al college, capisci, una perfetta combinazione tra Mel Gibson e Ken Follett, e che la rivoluzione sessuale ci avrebbe fatalmente travolti entrambi. Ma era scoppiato il rischio dell’AIDS”. Stacco. Flashback. Parte “She Sells Sanctuary” dei Cult e Linda cammina per strada per arrivare ad un party. Siamo evidentemente negli Anni Ottanta.

Che film è? Ovviamente “Singles – L’amore è un gioco”, il manifesto visivo del grunge, la celebrazione in diretta di una enorme, euforica bolla che sarebbe scoppiata – purtroppo – nell’arco di tre/quattro anni e che ha rappresentato un punto di riferimento per molti, troppi drogati musicali.
Vogliamo dare a quella breve, fugace citazione cinematografica dei significati che forse non ha? Diamogliela: quella di una sorta di legittimazione di “Love” dei Cult come antesignano del grunge, in un legame che parte appunto dal punk dei Clash e arriva agli Alice in Chains, Pearl Jam, Soundgarden e tutti gli altri gruppi che fecero apparizione fisica in “Singles”.
Un suono strano per gli Eighties, quello di “Love”, che riprendeva stilemi della psichedelia e dell’hard rock votato al blues, delle ballads degli indiani d’America e del dark, quest’ultimo visitato pienamente nel primo album dei Cult, “Dreamtime” (1984).

Le songs hanno tiro, “Nirvana”, “Rain” e “She Sells Sanctuary” sembrano composte apposta per essere suonate in un club con il pubblico che lo fa venire giù a forza di saltare, mentre altre cullano l’ascoltatore in vibrazioni acide che lo portano fluttuante nei meandri della mente (“Love”) o in luoghi fisici lontani come una riserva indiana (“Black Angel”, “Brother Wolf, Sister Moon”).
L’accoppiata “The Phoenix”-“Hollow Man” è poi miscela esplosiva che suggella la parte del centrale del disco come quella definitiva al di là dei singoloni che sono ancor oggi ricordati senza bisogno di conoscere per forza l’intero lp. L’unica concessione alla melodia di facile presa è “Revolution”, del resto corroborata da uno splendido climax polleggiato nella strofa e un finale epico che coinvolge.
Il cantante Ian Astbury aveva un’immagine riconoscibile, quella di uno Steven Tyler indiano d’America istrionico e dalla voce fascinosa, un Jim Morrison senza troppi eccessi e non a caso due degli originali Doors (Robbie Krieger e Ray Manzarek) lo chiamarono per sostituire Jim nella reunion del 2002 chiamata The Doors of the 21st Century e diventata poi Riders On The Storm per evitare problemi legali di utilizzo del marchio “The Doors”. Ma la sua performance visivamente più ricordata è indubbiamente quella del video di “Rain”, con cappellino e cuoricino disegnato sulla gota sinistra e le due ballerine-gemelle inquietanti dietro.

Uno spaccato di quegli Anni Ottanta che dovevano far i conti con il look, i trucchi e i colori ma sotto sotto producevano rock sporco e poco accomodante.

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