EDDIE VEDDER, Into The Wild (RCA, 2007)

Due curriculum scintillanti, due artisti legati uno ai nomi dei grandi registi con cui ha lavorato, l’altro alla ragione sociale di uno dei gruppi più importanti dell’ultimo ventennio: uno dei più brillanti attori della penultima generazione hollywoodiana, nonché misconosciuto autore cinematografico sia nel piccolo (un incredibile segmento del film collettivo 11’09’01’, il demoniaco e feroce video di The Barry Williams show di Peter Gabriel) che nel grande (lo sconosciuto Lupo solitario tratto da due canzoni di Springsteen, il thriller La promessa con protagonista un Jack Nicholson gigantesco); una voce degna di far parte dell’olimpo della storia del rock, colonna portante dell’unica band che è uscita dall’epoca del cosiddetto grunge con la possibilità di vantare un’unicità incomparabile. Insomma, Sean Penn ed Eddie Vedder, insieme.

Per il suo nuovo “Into the wild”, una storia di isolamento volontario, Penn ha pensato di chiamare in causa il frontman dei Pearl Jam, convincendolo a fare qualcosa che in molti, fan della band e non, stavano aspettando da un po’: un disco solista. E certo che “Into the wild” comparirà nella directory “Soundtracks”, ma pur sempre di Eddie e basta si tratta, così come è ovvio che largo spazio nel cd sia dedicato a scorci evocativi che fungano da supporto alle immagini.

Tuttavia, Eddie non ha mai smesso di credere nelle canzoni, e lo dimostra anche in questa occasione: a partire dal riff abrasivo di “Far behind”, fino agli arpeggi di “Guaranteed” che già immaginiamo come accompagnamento allo scorrere dei titoli di coda, passando per il banjo dell’ottima Rise, il momento più propriamente folk, e per l’intimità soffusa di “Society”, un pezzo che solo un sogngwriter consumato avrebbe potuto scrivere. Oltre agli intermezzi più bucolici e puramente cinematici come “Tuolumne”, l’album raggiunge il suo zenit con “Hard sun”, unica composizione firmata da qualcun altro, una ballata corposa in crescendo dall’incedere incalzante, e con “The wolf”, peana notturno che odora di mitologia pellerossa, edificato sulla corposità magnetica della voce ineguagliabile di Vedder.
Non tutto di “Into the wild” convince fino in fondo, né sorprende, perché comunque i Pearl Jam non hanno mai funzionato a trazione unica: lo stile di ognuno dei componenti emerge di volta in volta, ed Eddie ha dimostrato di possedere una cifra compositiva eccezionale, tendente a emergere e a farsi notare. “Into the wild” potrebbe anche non essere un ghiotto antipasto di una possibile carriera solista del nostro, e di sicuro non è una presa di posizione o una dichiarazione d’indipendenza. Però, ne si può ricavare un assioma: i Pearl Jam senza Eddie Vedder non sarebbero nemmeno lontanamente la stessa cosa; Eddie Vedder senza i Pearl Jam regge un disco intero, e dimostra di averne abbastanza per andare oltre.

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