EDITORS, “An End Has A Start” (Kitchenware Records, 2007)

Editors-An-End-Has-a-StartPoteva andare peggio un’estate con gli Interpol e gli Editors come colonna sonora. Non è che entrambe le bands siano molto solari, è evidente, men che meno adatte per uno spupazzamento in riva al mare o per essere sparate a palla nello stereo in un avventuroso viaggio on the road. Certo, se si accende la radio si manifestano ancora i tormentoni, gli “eeeh eeeh” di Rihanna valgono ancora qualcosa e fra dieci anni assumeranno le vesti odierne delle declamazioni amatorie di Haddaway (“Oh baby, don’t hurt me Don’t hurt me, no more”): terribilmente fissate nello spazio e nel tempo e per questo dannatamente nostalgiche. Ma oggi è tempo di analizzare i passi in avanti (o indietro?) degli Editors, e questo ci basta.

Facciamo i democristiani: né l’uno né l’altro, gli Editors sono (quasi) fermi immobili e parrebbero degli allievi della mitologica “Teoria del Semaforo” enunciata da Corrado Guzzanti/Romano Prodi al Pippo Kennedy Show. Qualcuno ad esempio deve aver detto loro che, nonostante la smaccata derivazione dagli Interpol del loro primo “The Back Room”, il riff di chitarra sulle note alte di “Munich” era perfettamente riconoscibile. Detto fatto, ora quel format è applicato ad almeno quattro pezzi di questo “An End Has A Start”.

Oddio, qualche minuscolo spostamento c’è, si nota un accentuarsi di certi stilemi epici (che ben si confanno alla voce enfatica di Tom Smith) che si associano ad una (leggera) spinta romantico-nostalgica (soprattutto nel singolo “Smokers outside the hospital doors”), ma non è roba che possa far gridare ad una evoluzione del suono, come molti critici hanno in realtà affermato. Una evoluzione è ben altro, ci dev’essere un minimo salto nel vuoto con il paracadute dell’esperienza precedente, mentre qui gli Editors non fanno né bungee jumping né deltaplano.

Tutto lo sporco lavoro se lo accollano dunque le pur sempre decorose e presentabili canzoni (sul livello di scrittura non si erano poste riserve nemmeno nella recensione del precedente “The Back Room”), ascoltabili, dignitose, di segnalabile fattura (se ne cita una per tutte, “Escape the nest”, un groppo in gola in musica). Ma non si va oltre.

Tutti fermi davanti al semaforo. “Il Semaaaaforo”.

(Paolo Bardelli)

29 agosto 2007

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