PIANO MAGIC, Part Monster (Homesleep, 2007)

La storia della musica è piena di misteri. Dilemmi mai risolti. Enigmi inspiegabili. Scoperte inaspettate. Contraddizioni insolute. Con le dovute proporzioni i Piano Magic rientrano senza difficoltà in fenomeni di questo genere. Protagonisti passati sotto silenzio dell’underground inglese capaci di venir fuori dal 1997 con ben nove lp, svariati mini-cd, ep e singoli, in una continua ascesa che ha definitivamente catturato l’attenzione dell’Italia con l’ottimo “Disaffected”, indubbiamente uno degli album più belli del 2005. Attenzione culminata con la distribuzione italiana targata Homesleep nell’anno della collaborazione tra Johnson e i Giardini Di Mirò, nel brano “Self Help” contenuto in “Dividing Opinions”, ultimo atto della band emiliana.

Mai una caduta di stile, mai una caduta di tono dopo gli acerbi esordi in cui le influenze finivano per offuscare la vera identità del progetto. Un progetto multiforme, dalle sonorità difficilmente accostabili a un determinato filone, che svaria dall’evidente eredità della dark-wave dei primi anni 80 con allusioni tra shoegaze, post-rock e slowcore, amalgamate dall’amore per i synth e l’elettronica e da una decisiva attitudine cantautorale. Tante anime quanti i musicisti, decine e decine in dieci anni di carriera, della cui collaborazione si è avvalso il cantante e chitarrista inglese Glenn Johnson per plasmare la sua creatura ineffabile. Il nuovo disco ha come unico difetto quello di arrivare dopo due dischi praticamente perfetti, il già citato “Disaffected” con le sue ballad malinconiche e spettrali e “The Troubled Sleep Of Piano Magic” con cui si era arrivati alla quadratura del cerchio, non solo nella line-up quanto nella sintesi tra le varie venature della band in un sound tipicamente Piano Magic che ha già i primi imitatori. Per il resto “Part-Monster” spazia agilmente tra i caratteristici paesaggi notturni metropolitani (“The Last Engineer”, “The King Cannot Be Found”) in cui l’avvolgente timbro di Johnson trova rifugio protetto da tessuti di chitarre stridenti alla Cure e ritmiche d’impronta chiaramente wave, tracciate da alienanti synth in una sconvolgente alternanza di scorci scarni e secchi alla Joy Division e corpose dilatazioni stranianti tra Cocteau Twins e My Bloody Valentine.

Ciò che sorprende semmai è l’aggressività e la preminenza della chitarre, nell’esplosiva coda distorta di “Saints Preserve Us” e nell’inarrestabile cavalcata strumentale di “Great Escapes” che dà l’idea di un tributo dei Mogwai ai Piano Magic con quelle chitarre che si rincorrono incessantemente tra pause e vertiginose riprese in vortici di echi e riverberi sintetici. Non c’è solo la nebbia, che pervade anche la sognante decadenza di “Cities & Factories”, ma a tratti pare filtrare persino qualche raggio di sole, tra le tastiere e i fiati di “Halfway Through”. Atmosfere opposte con in comune quella peculiarità delle ballate di Glenn Johnson, la torbida andatura dei Bark Psychosis, l’evanescenza spaziale dei Flying Saucer Attack che si scontrano con la melodiosa visceralità degli Smiths. Sostanzialmente non cambia l’effetto con l’apporto di quella che è diventata ormai l’insostituibile ninfa dei Piano Magic, la cantante francese Angéle David-Guillou (da segnalare l’uscita parallela del promettente esordio da solista con l’acronimo “Klima”). Il suo timbro etereo da novella Elizabeth Fraser si è ormai inserito perfettamente nelle dinamiche del quintetto anglo-francese. Ammalia nell’elegante “Soldier Song” che rievoca non poco le intuzioni naif degli Hood. Seduce in “Incurable” magnetismo elettronico alla Lali Puna non privo di venature shoegaze loveless-iane, reprise del brano che aveva dato il titolo all’ultimo EP. Duetta timidamente nel cinico disincanto della sofferta “England’s Always Better” e nel miglior finale possibile, la titletrack, fugace spunto folk dalle tinte revival, sospeso sul nulla alla maniera dei Red House Painters. Perché Glenn Johnson è uno di quegli artisti che si preoccupa poco di guardare al futuro, è un nostalgico che vive nel passato (come cantava in “The Nostalgist”), tra rimpianti e incubi mai lasciati alle spalle e effimeri lampi di sollievo.

Aspettare che i Piano Magic entrino a far parte del passato per riscoprirne il valore e la magia, sarebbe un errore imperdonabile. Per chi non si fosse accorto di una delle band più valide dall’inizio del nuovo secolo, “Part-Monster” potrebbe essere l’ultima occasione.

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