CLINIC, Visitations (Domino / Self, 2006)

I Clinic ci hanno fregato un’altra volta. Hanno fatto un altro album con una sola canzone, la stessa, ripetuta all’infinito, come l’altra volta, appunto. Però tutte le volte che fanno partire il loro sbiascicante cantato, il loro tribalismo anarchico, la loro messa laica, è il solito botto che si ripete, come quel botto (vero) alla fine di “Family”.

Si respira la solita libertà proficua in “Visitations”, sembra che i Clinic si siano rinchiusi in sala prove per 12 sere e abbiano inciso 12 canzoni, una a sera, quella che saltava fuori così, senza pensarci troppo. Non è che ogni giorno l’ispirazione divina poteva benedire ogni melodia, eh sì, ovvio, le canzoni sono saltate fuori un po’ così, clonate… però vuoi mettere il divertimento! E lo sballo. A suonare quegli organi dal suono di chiesa decrepita del nord Inghilterra, a picchiare su quei cembali come ossessi, a far finta di avere anche un animo un po’ punkettino (“Tusk”), a girare attorno a quegli stessi accordi e a quelle solite note come si gioca volentieri la puntuale partitella del sabato con gli amici.

Soprattutto piazzando due o tre colpi da maestro: “If You Could Read Your Mind” è la canzone perfetta che ai Clinic ronzava in testa da mo’ e che aspettavano solo uscisse fuori. Ha tutte le caratteristiche migliori dei Clinic, e tutti i difetti, ma è dannatamente Clinic. “Visitations” è la notturna cavalcata che mancava, “Careful With That Axe, Eugene” che torna a suonare alla porta, rimane fuori ma si intravede al di là della cancellata, alla fine del vialetto, sì è lei.

I Clinic si stanno specializzando ad essere sempre e solo loro stessi, niente di più ma neanche una briciola di meno. Perfettamente unici, inevitabilmente inconfondibili, anche se prevedibilmente abitudinari. Ma ci sono miliardi di gruppi le cui note ti scivolano via e di cui non ti riesci a ricordare nemmeno il nome, mentre i Clinic li riconosceresti tra mille. E non è proprio poco.

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