ANNIE HALL, Good Old Days (autoprodotto, 2006)

Tornano gli Annie Hall e sono contento. Non si sono sciupati dopo una prima demo assai promettente – recensita su queste pagine in toni speranzosi – e si sono concentrati sui confini della loro musica, cercando un compromesso tra la sostanza delle composizioni, l’urgenza tipica dell’esordiente e la forma della canzone pop, della grammatica musicale e della dialettica sonora. “Good Old Days” ha cinque brani e nessuno di questi sfigurerebbe su una delle centinaia di dischi riempitivo pubblicati dalle migliaia di etichette italiane. E non lo dico tanto per stima reciproca e per il fatto che li conosco: qui c’è roba di qualità, roba che se avessi una label non esiterei a mettere sotto contratto cercando di promuoverla a destra e a manca. Ecco il menù. “Open 24 Hours” è una delicata carezza folk. “Mushrooms” è un gioiellino che tanto promette e tutto sembra poter mantenere. “Greetings” potrebbero averla scritta i Franklin Delano nel suo malinconico incedere. “Little Room” è un incubo notturno alla Eels che si trasforma in una danza sfrenata al chiaro di luna. Chiude “The Lost Wallet”, che suona come un arrivederci verso nuovi territori. Gli unici difetti che posso contestare alla band sono ancora legati alla forma, ancora non eccessivamente personale (il fantasma di certo alt.country vaga ancora qua e la). Ma sono sicuro delle loro potenzialità e, affinati certi spigoli, non sarò l’unico ad essere contento della loro musica. (per sentire i brani: http://myspace.com/unclepig)

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