SUFJAN STEVENS, The Avalanche (Rough Trade / Self, 2006)

Un uomo che vive in uno studio di registrazione. Non solo ha deciso di pubblicare un album per ogni stato americano – e vorrei ricordarvi che siamo ancora a due – ma ha pubblicato anche tre compilation di canzoni natalizie, un disco elettronico, altre inutilità sparse e collaborazioni disparate in compilation e dischi altrui. Come riesca a trovare il tempo per condurre una vita sociale e, magari, comporre qualcosa di nuovo per il terzo capitolo della sua saga americana lo sa solo lui. Sufjan Stevens, ovviamente. Che è bravo, anche troppo. Lo sa e gioca molto su questo fatto. Ma ora sembra stia esagerando.

Insomma, che bisogno c’era di pubblicare una raccolta di outtakes e pezzi esclusi dall’album padre – “Illinois” – incluse tre versioni di “Chicago”? Ok che si tratta, comunque, di ottime canzoni. Che stupiscono in quanto di qualità pari a quelle dell’album – e alcune superiori, per dire “The Avalanche”-canzone è un capolavoro mancato – ma, appunto, stanno fuori. Non voglio dire al signor Stevens di regolarsi – e come si potrebbe, con una mentalità e visionarietà del genere? – ma di non giocare troppo sul suo stereotipo di artista geniale e debordante. Questo disco dura sempre una settantina di minuti e le coordinate non si spostano minimamente da “Illinois”. Un vero e proprio album gemello, quindi. Solo inutile. Così come è stato inutile pubblicarlo adesso.

Sembra quasi un’operazione tipo: “So che vendo abbastanza, che ho i miei fan e comunque così posso tirare un po’ la corda prima di mettermi a lavorare sul serio”. Ed è per questo che stento a capire i meravigliosi aggettivi letti in queste settimane sulla stampa internazionale. O meglio, li capisco – perché in effetti il disco è bello, bellissimo a tratti – ma non li condivido. Insomma, come per Will Oldham, non mi sento di perdonare un artista con la febbre della pubblicazione annuale che sembra stia più prendendo in giro che amando la musica.

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