CARMEN CONSOLI, Eva Contro Eva (Universal / Polydor, 2006)

La Carmensita nazionale ha scelto. Ciao Carmen. E’ un addio caldo e partecipato il nostro, come quando un caro amico se ne parte per l’estero per un tot di tempo: dispiace, ma si è contenti per lui.

Con la Consoli è la stessa cosa. Ne abbiamo passato di tempo assieme: ci siamo sfogati insieme alla sua indole ribelle di “Mediamente Isterica”, abbiamo condiviso l’ingenuità di chi si affaccia timidamente in un mondo nuovo (“Due Parole”), sofferto l’inquietudine malata di album come “Confusa E Felice” e di quella chicca che è “Stato Di Necessità”. Momenti diversi di un artista ma con un denominatore comune: l’urgenza rock (anzi, escludiamo il primo “Due Parole” che aleggiava molto vicino a Sanremo…). Poi sono venute le domande esistenziali: parto o non parto? Torno alle origini (musicali) o no? A metà del guado concerti su concerti, dove lo stesso pubblico era diviso a metà neanche si dovesse scegliere tra Prodi e Berlusconi: ciò che apprezzava l’uno mandava in bestia l’altro (ce ne ricordiamo uno particolarmente esemplificativo di quella contrapposizione, nel gennaio 2003 al Fillmore di Cortemaggiore), ed era la stessa Consoli che soffiava su quel fuoco di incertezza. Lo alimentava con album come “L’Eccezione”, dove ella stessa non sceglieva da che parte stare: con il vecchio rock o con la musica leggera, seppure d’autore? E finalmente, con questo “Eva Contro Eva” la Cantantessa ha preso una decisione chiara.

Duduk, mandoloncelli, bouzouki: tutti strumenti utilizzati per dare alle canzoni un suono più legato alla terra, alle origini, alla Sicilia, nel solco di una canzone d’autore dal respiro ispirato. Come solo riusciva un certo De André. Ambientazioni del Sud amplificate dai testi, dalle maldicenze a cui non riesce a reagire (“Maria Catena”) alla gravidanza isterica per dare “alla luce una creatura entro l’età feconda” di “La Dolce Attesa”, dalla abitudinaria dolorosa vita di una madre che attende da vent’anni che torni il figlio dal fronte, “con il rosario al petto” e una “Preghiera in gola”, fino al meschino ed egoista “Signor Tentenna” con la “moglie che non fa altro che piangere”, la figlia che “chiede perché sia così misera la vita” e “il cane sul balcone” che “aspetta da mesi il privilegio di una passeggiata”.

Scorci di vita vera, insomma, senza illusioni e molto concretamente legati alle difficoltà di tutti i giorni, che fanno diventare vere le stesse canzoni; a volte peraltro troppo pretenziose (l’esperimento africano di “Madre Terra”) o stucchevoli (“Il Sorriso Di Atlantide”), ma pur sempre preziose.

Un album lento come delle calde e soleggiate giornate catanesi, rigoglioso di vita e morte, di religiosità e tradizione, indolente come un sabato pomeriggio e dolente come una spina in un polpastrello. Ciao Carmen, ti sappiamo a tuo agio nel tuo viaggio e ci fa piacere. Magari potrai anche tornare. E in ogni caso ci sentiremo anche se saremo lontani, con meno partecipazione certo, ma ci sentiremo.

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