SLOWDIVE, Souvlaki (Bonus Tracks) (Creation, 1993 / Sanctuary, 2005)

Il 1992 vede la band impegnata dapprima in un lungo tour europeo e statunitense che riscuote un ottimo successo di pubblico; la Creation fa uscire nel febbraio la compilation “Blue Day”, che raccoglie buona parte dei singoli tratti dagli ep “Slowdive”, “Morningrise” e “Holding Our Breath” mentre la SBK licenza uno split 7” con i Ride, “She Calls/Leave Them All Behind”, venduto durante la tournee. Per il seguito di “Just For a Day” gli Slowdive incontrano i favori di un produttore d’eccezione, Brian Eno; il tastierista vuole infatti lavorare da vicino con dei ragazzi che considera prodigiosi, vista anche la giovanissima età. Il secondo disco, “Souvlaki”, esce nel giugno del 1993 preceduto dal quarto ep, “Outside Your Room”, che contiene tre pezzi in scaletta nell’album in uscita imminente.

“Souvlaki” si apre subito due classici della band: “Alison”, che presenta un approccio decisamente più rock rispetto alle canzoni precedenti e che torna a vedere l’utilizzo convinto di chitarre distorte mentre Neil Halstead canta malinconico storie di solitudine e malessere (a detta di molti, l’intero album sarebbe ispirato dalla fine del suo legame con Rachel durato circa quattro anni); “Machine Gun”, dove il canto paradisiaco di Rachel Goswell è immerso in flussi melodici di sconvolgente bellezza. “40 Days” ripropone un tema incentrato principalmente sull’intreccio di chitarre che dipingono scenari decisamente estivi mentre in “Sing”, una delle produzioni migliori della carriera, Brian Eno aiuta in fase di scrittura e suona in prima persona le tastiere così come nella cupa ballata “Here She Comes”, storia di solitudine e abbandono che suona gelidissima “It’s so lonely in this place, so cold I don’t believe”.

Il disco manca forse di un chiaro filo conduttore, ma quando ci si trova davanti a pezzi come “Souvlaki Space Station” o “When the Sun Hits”, questo passa in secondo ordine: il primo brano si mantiene su un piano traballante con chitarre che delineano un costante movimento mentre la voce di Rachel continua a restare lontana e debole mentre il secondo conquista per la bellezza del tintinnante inizio chitarristico che sfocia in un ritornello noise di pura estasi. Si scivola verso la fine con la dolce ballata “Altogether”, una “Melon Yellow” che viaggia al rallentatore (riprendendo da vicino le atmosfere di “Sing”) e la track conclusiva alla chitarra acustica, “Dagger”, dalle tematiche nuovamente dolorose.

La stampa a questo punto si affievolisce nei confronti degli Slowdive, rei di non partecipare all’esplosione del brit pop di quegli anni; in ogni caso, il tour britannico ed europeo con i Cranes fa ancora registrare ottime presenze di pubblico anche se l’audience inizia gradatamente a scemare. Nel novembre del 1993 la band promuove l’uscita di un nuovo ep, “5EP” (seguito una settimana dopo da “In Mind Remixes”), che segna un deciso cambiamento di sonorità volte all’elettronica minimale mantenendo comunque il tasso di atmosfera e clima sempre presente nei lavori precedenti. Pezzi come “Country Rain” o “In Mind” sono comunque produzioni di livello elevato che non trovano inspiegabilmente larghi consensi tra la critica: è a questo punto che inizia il tracollo del gruppo, con Simon Scott che abbandona, sentendo il proprio ruolo in pericolo per le possibilità di essere rimpiazzato da una drum-machine. Subentra quindi Ian McCutcheon, che accompagna la band in un disgraziato tour americano.

La promozione di “Souvlaki” negli States era stata condotta attraverso mailing lists e la pubblicazione era giunta otto mesi in ritardo rispetto a quella inglese, nei primi mesi del 1994, contenente 4 tracce bonus rispetto alla versione d’importazione (tra cui una stupenda cover di “Some Velvet Morning” di Lee Hazelwood e Nancy Sinatra). La SBK aveva inoltre tagliato i fondi per il tour di presentazione del disco negli USA costringendo gli Slowdive a pagare di tasca loro le successive date, finanziate in parte attraverso la vendita di un nastro registrato dal vivo. Nel maggio del 1994 la band tiene il suo ultimo concerto al Lee’s Palace di Toronto chiudendo il tour di un album allora non preso nella giusta considerazione e solo anni più tardi rivestito del lustro che merita.

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