FIERY FURNACES, Bitter Tea (Rough Trade / Self, 2006)

Abituati a stupire sin dagli esordi, i Fiery Furnaces amano percorrere quel filo che separa la genialità dalla kitscherie. Solo tre anni sono passati dall’esordio “Gallowsbird’s Bark”, ma i due fratelli Friedberger hanno fatto passi da gigante, muovendosi all’interno dell’universo Pop con un eclettismo che non li ha certo salvati da certe cadute di stile. Cadute che se da un lato sono simbolo di una sfrenata ambizione e ricerca musicale, dall’altro risultano insulsaggini fini a loro stesse. Esempio? “Blueberry Boat” – opera seconda – aveva delle aperture melodiche che lasciavano a bocca aperta, ma erano inserite in un contesto che alzava paurosamente il tiro rispetto all’esordio. Ne risultava un disco che, tra cambi di tempo e volontà di stupire a tutti i costi, comunicava meno di quanto era effettivamente in grado. Non basta? “Rehearsing My Choir”, pastrocchio che può essere salvato solo grazie al buon cuore di non demolire un’opera suonata con e per la nonna dei fratellini, cantante lirica. Insomma, più ombre che luci, nella giovane ma stupefacente carriera degli americani. Ombre che sembrano finalmente svanire in “Bitter Tea”, quinto – se consideriamo “EP” – lavoro e quinta stupefacente crisalide.

Ambizioso quadro espressionista di 72 minuti in cui Matt & Eleonor – più Matt che Eleonor a dire il vero – concepiscono una canzone pasticciata e meticciata dove i confini dell’avanguardia, della tradizione e del futurismo (leggi alla voce Stereolab) si fondono in una nuova forma di affascinante musicalità totale. L’ambizione è altissima, bilanciata però da una sempre più grande padronanza degli strumenti e dei propri obiettivi. Ovviamente anche qui qualcosa di troppo c’è. Per esempio si eccede nell’effetto della voce all’incontrario le stratificazioni strumentali si dilungano più del previsto, rischiando di girare un po’ attorno al nulla. Ma è il rovescio della medaglia: quando si ha un’idea alta, da raggiungere ad ogni costo, è normale lasciare delle tracce. Soprattutto quando la creatività è una fiumana che investe tutto, sotto ogni forma ed aspetto. Camuffando la canzone in cabaret, teatro, pantomima, parodia di canzone. E nonostante tutto questo possa sembrare cervellotico, lontano ed astruso, si lasci il giudizio ultimo alle orecchie. Nonostante la sua natura intellettuale, “Bitter Tea” è quanto di meglio si possa ascoltare di questi giorni in materia Pop. E sotto certi versi qui, qualcosa di nuovo, finalmente, c’è.

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