ARCTIC MONKEYS, “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not” (Domino / Self, 2006)

Whatever People Say I Am, That's What I'm NotFreschezza. Questa parola mi risuona in testa sempre quando ascolto gli Arctic Monkeys. La freschezza potrebbe chiamare l’immaturità, sono un po’ i diversi lati della stessa medaglia come succede di solito negli album di debutto, in maniera quasi fisiologica se l’età dei componenti del gruppo si attesta sotto i vent’anni come in questo caso. Sarebbe – appunto – normale, ma a chi scrive le Scimmie Artiche non sembrano peccare neanche di immaturità: paiono più che consapevoli, consce dei propri mezzi e di come bisogna usarli, non alla ricerca di un propria espressività bensì con la propria risposta musicale già nel taschino. Certo di strada ne dovranno fare ancora, e viste le premesse ce lo auguriamo proprio, ma per ora sembrano già avere piazzato un colpo da maestro.

E come bisognerebbe chiamarlo un album omogeneo, con un proprio stile riconoscibilissimo, mosso da una potenza contagiosa (“The view from the afternoon”, “From the Ritz to the Rubble”), a tratti punk (“You probably couldn’t see for the lights…”, “Still take you home”), riprendente il filo di certe strutture rock-blues d’annata (“Fake tales of San Francisco”) e comunque totalmente contemporaneo, come è “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”?

Non si capisce dunque tutto il livore che certi commentatori hanno versato addosso al gruppo di Sheffield, quasi che dovessero essere loro quattro a risollevare le sorti della musica. Dubbio: secondo me il risentimento è stato inconsciamente rivolto al concetto di “next big thing”. Ogni volta che ci propinano qualcosa come tale, il 99% delle volte poi non lo è. Ma non è colpa degli Arctic Monkeys! Perché loro mantengono le aspettative, fanno sventolare alta la Union Jack davanti alla faccia di chi ha già piantato bene il suo vessillo come gli americani Strokes, e si candidano ad esserne la vera risposta inglese molto più credibile – a sommesso avviso di chi scrive – dei cugini scozzesi “cool” Franz Ferdinand (che peraltro a volte ricordano, come in “Red light indicates doors are secured”) e dei perfettini londinesi Bloc Party.

Chi vivrà vedrà, ovviamente, potremmo essere smentiti bellamente ma è nell’ordine delle cose di chi si avventura a fare pronostici. Gli Arctic dovranno unicamente continuare ad essere loro stessi, magari offrendo più scelta sonora (l’unico difetto di “Whatever People Say I Am…” è che tutti i pezzi sembrano un po’ la stessa canzone…) e diventeranno un punto di riferimento per l’intera scena inglese di questo decennio.
Onore e gloria ai ragazzini che giocano a fare le scimmie, ne risentiremo parlare molto.

(Paolo Bardelli)

9 maggio 2006

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