THE STROKES, First Impressions Of Earth (Sony / BMG, 2005)

Il tempo dell’hype è passato, grazie a dio. Svanito nelle giustificate delusioni di fronte a un prodotto come “Room on Fire”. Ai pompati Strokes altro non poteva rimanere che raddrizzare il tiro, tirare fuori dal cilindro qualche coniglio inaspettato e tentare il tutto per tutto stupendo la folla, ormai divisa fra ciechi adoratori e scettici inafastiditi. Vittima del p2p da mesi, “First Impressions Of Earth” esce mentre quasi tutto il mondo ha già le idee chiare. Prima di tutto quel singolo, “Juicebox”, che si discosta dal solito sound alla Strokes (che poi non è propriamente loro, ma fa niente) stupendo con una botta di caro e vecchio rock’n’roll con i testicoli. La ripresa sembra davvero vicina. Sulla lunga distanza, però, emergono i difetti di un disco incompleto.

Mettiamo subito in chiaro una cosa: “First Impressions Of Earth” è assolutamente meglio di “Room On Fire”, e ne tiene i momenti migliori per qualche episodio simpatico come l’apertura senza sorprese di “You Only Live Once” o “Razorblade”. Ed è incredibile che riescano ancora a farci muovere la testa, sculettare, piroettare, basculare o chissà quale altro modo avete voi di apprezzare un bel pezzo rock come “Vision Of Division” o “Heart In A Cage”. Non siamo ai livelli del fulminante esordio “Is This It”, ma ritornelli come “On The Other Side” sanno ugualmente stamparsi nella nostra memoria come tormentoni.

Peccato che tutto questo discorso valga per le prime sette tracce. Su quattordici. E non è bello. Perchè dopo è semplicemente il nulla. Arriva la noia, lo scazzo (quasi pari a quello del cantato svogliato di Casablancas), e l’idea ben chiara che gli Strokes non hanno abbastanza fantasia per reggere un numero tale di canzoni. Forse una distribuzione migliore avrebbe dissimulato questa mancanza lapalissiana. Invece della seconda metà del disco rimane soltanto un’ubriacante (leggere “imbarazzante”) performance vocale in “Evening Sun” e una bella serie di riempitivi che andrebbero bene come lati C di un singolo da esportare nelle Isole Vanuatu.

Assolutamente niente da dire riguardo al notevole miglioramento tecnico messo in atto dalla band. Le ritmiche sono più serrate e accativanti e gli intrecci chitarristici sono sempre notevoli, memori dei fasti di “Reptilia”. Peccato che, parlando di scrittura, quello che rimane è una prima parte ispirata che fa intravedere oro e una seconda metà davvero da dimenticare. Una sicura volontà di cambiamento non può che far piacere, ma se in passato siamo riusciti a pensare potessero essere loro i messia del rock tanto attesi, ora tocca ammettere che, nonostante i momenti piacevoli, gli Strokes non salveranno davvero una mazza.

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