SON VOLT, Okemah and the Melody of Riot (Universal, 2005)

C’era una volta una storia chiamata Uncle Tupelo. Country punk incazzato suonato da ragazzini alcolizzati con la passione per l’hardcore e per Gram Parsons. Dopo una manciata di dischi che marcano a ferro e fuoco gli anni ’90 americani di appassionati e non (per chi non li conosce, “No Depression” è il disco da avere), l’inevitabile split causato dai contrasti tra le due personalità dominanti, tanti saluti e differenti esperienze. Chi verso i lidi più sicuri di una tradizione compassionevole sempre pronta ad accogliere nuovi seguaci, chi verso una luminosa carriera nel pop del ventunesimo secolo. Da un lato Jay Farrar e i suoi Son Volt, dall’altro Jeff Tweedy e quella meraviglia della natura dal nome Wilco. Ai tempi, Tweedy si dichiarava invidioso della straordinaria creatività del suo amico/nemico. Chissà cosa pensa ora Farrar, relegato al culto dei soliti noti che si dividono – almeno qui in Italia – tra un noto negozio di Gallarate, una rivista musicale dal taglio inequivocabilmente passatista e un locale del comasco dove il nostro ha anche suonato in versione acustica; mentre quello che una volta era il bassista del suo fantastico trio vende milioni di copie e si può garantire una pensione sicura nel novero dei “giusti”.

Insomma, affare per pochi, i Son Volt. Ed “Okemah and the Melody of Riot” non fa certo eccezione. Quelli come Farrar non sono inclini alla sperimentazione o alle sorprese (il titolo, per dire, richiama il luogo originario della famiglia di Woody Guthrie), si accontentano di confermare la loro personalità artistica, il loro carattere pasionario e il loro sudore tra una bottiglia di whiskey e l’altra. Rock americano, americanissimo. Da un lato Nashville, dall’altro New York. Le luci della città e la vastità della campagna. Infinitamente meno cool di qualunque cosa possiate immaginare legata in qualche modo ai Wilco (insomma, accanto a gente come Jim O’Rourke, la compianta Jude Sill e altre scoperte di quell’universo, Farrar fa quasi la figura del freak… il che, se ci pensate, è abbastanza comico) ma assolutamente degna di esistere, in quanto figlia di una scuola che mette il cuore davanti ad ogni cosa, con le chitarre in primo piano e una verve che, nonostante riprenda modelli noti e stranoti, affascina sempre più. Certo, l’importante è che sappiate maneggiare certe musiche. Poi non potrete più farne a meno. Fino a quando sarà capace di scrivere una “Jet Pilot” o una “Endless War”, avremo sempre bisogno di Farrar e dei suoi Son Volt. Wilco o non Wilco, ognuno per la sua strada e chi s’è visto s’è visto.

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