HELL DEMONIO, Greatest Hits (Wallace Records / Robotradio Records, 2005)

Se è vero che gran parte dell’indipendenza italiana attuale è tesa alla ricerca di una sperimentazione sonora che si riallacci all’improvvisazione e a prassi (post)moderne, dove bisogna andare a collocare i veronesi Hell Demonio? Ascoltare “Metal Maximizer” in apertura del loro “Greatest Hits” significa gettarsi a corpo morto in un mondo dominato tanto dai rimasugli punk che ancora scorrono nelle vene di ogni rock’n’roller che si rispetti quanto il garage più sudaticcio e slabbrato degli anni ’70. Una vera e propria forma di combattimento da strada, dove ogni pezzo è tornado che punta diritto verso le case della parte buona della città, per scoperchiarle e risucchiarne gli abitanti, trascinati in un vortice incessante e devastante di rumore.

Sette pugni nello stomaco, ma non di quelli che si scambiano abitualmente gli amici, retaggio morto e sepolto della lotta per decidere il capobranco, ma cazzotti degni di un Cassius Clay o di un Primo Carnera. Sette pugni nello stomaco per un quarto d’ora e poco più sfiancante come il fotofinish di una tappa di pianura al Giro d’Italia: i titoli giocano molto con l’indole messa in mostra, ed è possibile imbattersi in “You Are Born to Lose” o, meglio ancora, trovarsi a fare i conti con “The Beamy Nihilistic Sword” e “Reagans N’ Roses”. Ovviamente a mettere in ordine suoni e quant’altro è chiamato l’immancabile Fabio Magistrali, e il risultato è sfavillante, selvaggio, del tutto estraneo al verbo ammaestrare e a tutto ciò che può comportare la logica. Sempre rimanendo in territori Wallace viene alla mente lo splendido esordio dei Sedia, appena un anno fa; effettivamente l’impatto sonoro, umorale e scostante, riporta alle orecchie il lavoro omonimo della band di Ancona, ma con le dovute differenze del caso. Lì si ricercava comunque una quadratura del cerchio ed era possibile riscontrare una geometria – seducente e spiazzante – alle spalle del progetto, qui si vive su coordinate puramente istintive, grottesche, quasi animalesche.

Si potrebbe dire, nella speranza di non offendere nessuno, che “Greatest Hits” sia la versione proletaria di “Sedia”, nata e svezzata nella strada. Urlata, sfrenata, eccessiva e riottosa. Manca forse un minimo aggiustamento per rendere il tutto ancora più efficace, ma sono inezie. Non ho idea di quanto questi ragazzi possano chiedere a se stessi e alla loro espressività, ma “Greatest Hits” è una tempesta salvifica che spazza via un po’ della maniera e della prassi nelle quali stava rischiando di affondare un certo tipo di musica nostrana. Arriverà, come è giusto che sia, la quiete. Ma cosa c’è di male ad assaporare per un po’ i giorni della furia?

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