COCOROSIE, Noah’s Ark (Touch & Go / Wide, 2005)

Quanto è schizoide e paradossale il nostro tempo! Non che questa sia una scoperta dell’ultima ora, per carità, ma l’iperbole diventa necessità quando si entra in contatto con il mondo delle Cocorosie, prima abbozzato nella splendida casa dei sogni e ora tratteggiato con cura e precisione sull’arca di Noè: la messa in scena dell’ibrido si è fatta via via sempre più essenziale all’interno dei codici dell’arte contemporanea. È così nel cinema, nel teatro ed è ovviamente così anche nella musica. Onde fugare ogni possibile malinteso il termine ibrido non deve essere scambiato con il ben più stigmatizzante anodino: non bisogna leggere nell’affermazione che ha aperto questa recensione un valore negativo. Direi che l’affermazione in sé è apodittica, tutto qui: come è possibile infatti non considerare schizoide e paradossale un tempo come quello attuale che accetta e metabolizza nello stesso momento il folk e il trip-hop, la ballata pianistica e il rap?

Penso che a questo punto sia inutile che vi spieghi come la bilancia musicale sulla quale si muovono le sorelle Casady non si sia spostata un granché nel corso dell’ultimo anno e mezzo: le avevamo lasciate con il pianoforte aulico e i giocattoli frastornanti di “Lyla” e ce le ritroviamo direttamente nel cervello con lo splendido incedere di “K-hole”, ninnananna che si muove sui ritmi di un trip-hop gentile sposato con ciclicità che possono far tornare alla mente il delicato tocco di Yann Tiersen e con accenni di tintinnii in lontananza, il tutto aperto e chiuso da boati che potrebbero forse essere il verso degli unicorni che campeggiano nella copertina.

Bianca e Sierra sono un microcosmo già così perfettamente riconoscibile da lasciare stupefatti: se nell’esordio ancora si potevano riscontrare eversioni e fuoriuscite dai binari della prassi qui siamo di fronte a una macchina perfettamente oliata, autoreferenziale quel tanto che basta per considerarla autoriale. Questa maturazione è possibile evidenziarla nelle collaborazioni con ospiti occasionali quali Antony (lui sì simbolo dell’ibrido a cui facevo riferimento al principio), che presta letteralmente la sua voce a “Beautiful Boyz” senza diventare padrone del brano, ma dandosi con leggiadra generosità alle volontà del duo. Anche il frammento in cui fa sentire la sua presenza il buon Devendra Banhart non è altro che un tassello straniero metabolizzato e reso proprio dalla carismatica forza accentratrice delle sorelline statunitensi per nascita ma apolidi per scelta.

Le Cocorosie continuano a delineare i contorni di fortini in cui rinchiudersi e proteggere le proprie memorie, oniriche o reali che siano, e i propri gioielli, e per far questo si aggrappano a ciò che sanno fare meglio, lavorando sulla melodia con una classe cristallina che, e lo dico senza vergogna, spaventa non poco. Pur con elementi ridotti al minimo e con il rischio della ripetizione di sé che fa capolino dietro ogni porta e in ogni angolo buio mi è assolutamente impossibile non restare a bocca aperta davanti all’eleganza resa traballante dalla voce ondivaga di “Tekno Love Song”, all’ambiguità pianistica di “The Sea is Calm” e soprattutto al gospel moderno che traccia le linee guida per il suo futuro nella sacralità collettiva di “Armageddon”.

Perché c’è bisogno, in questo mondo schizoide e paradossale, di due figure così unite eppure così poco speculari come le sorelle Casady, ancora in clausura nel proprio mondo circoscritto e rassicurante. Quando gli animali scesero dall’arca di Noè, racconta la mitologia biblica, la vita tornò su questo pianeta definitivamente. Ok, non ci resta che aspettare che anche l’imbarcazione di Bianca e Casady approdi su qualche Ararat…

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