ASSALTI FRONTALI, Hsl (Il Manifesto, 2004)

Periodo denso, questi ultimi cinque anni: guerre, Genova, le Twin Towers…troppo denso, perché uno come Militant A non tentasse di raccontarci tutto secondo il suo punto di vista. Gli Assalti Frontali ritornano al Manifesto (prezzo 8 euro), a un lustro esatto da “Banditi”, ma arrivano in grave ritardo, quando tutti hanno già cantato e messo in musica e riflettuto a voce alta su tutte queste storie.

Ecco perché l’ascolto di “Hsl” lascia un po’ l’amaro in bocca, nonostante sia un bel disco, con le musiche dei Brutopop assolutamente incredibili nei loro torridi intrecci funk: abbiamo sentito troppe persone cantare di Genova, di guerre travestite da missioni di pace, di 11 settembre; non con la lucidità e con le aspre cascate di parole di Militant A, certo, ma alcuni temi suonano troppo abusati per le nostre orecchie.

Molto meglio, allora, quando si incita nuovamente a una lotta di classe (l’opener “Denaro gratis”) o si imbastisce un beffardo inno alla fretta dei tempi moderni (una “Presto, presto” ai limiti dell’hardcore), o ancora si racconta della protesta contro l’inquinamento elettromagnetico (la perfetta “Le merde fanno affari”, aperta da una chitarra acustica e retta da una tastiera insinuante); quello che non si capisce è come uno come Militant A abbia potuto scrivere l’antiproibizionista “Un cannone me lo merito” (salvata solo dalla straordinaria base ritmica dei Brutopop) o “No religione”: brani che avremmo potuto aspettarci rispettivamente dagli Articolo 31 di nuovo in vena di –oh mio Dio –epatér le bourgeoise e da un Jovanotti finto misticheggiante, ma non dagli Assalti Frontali.

La critica non è rivolta ai temi trattati (del resto, chi si avvicina a un disco del genere sa cosa aspettarsi), ma al modo in cui se ne parla: c’è davvero bisogno di citare per la milionesima volta Carlo Giuliani e di parlare con slogan già sentiti (“Rotta indipendente”), tanto per fare un esempio? “Hsl” è un buon album che denuncia però una certa pigrizia nelle parole, e per questo non convince fino in fondo: in certi passaggi l’impressione è di aver ascoltato inni costruiti su misura per un centro sociale, piuttosto che qualcosa che vuole davvero andare in profondità.

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