ONEIDA, Steel Rod (EP, Jagjaguwar, 2000)

Il primo lavoro degli Oneida ad uscire direttamente sotto l’etichetta Jagjugawar è un EP contenente cinque brani, che anticipa di una settimana la pubblicazione di “Come On Everybody Let’s Rock”: ennesima dimostrazione della vivacità creativa del quartetto.

Si nota, rispetto al precedente “Enemy Hogs”, una maggior libertà artistica, esplicitata fin dal brano di apertura, “XXY”, ossessiva e rumorosa rincorsa che mostra derivazioni new wave (soprattutto nei ritornelli) e inserti di krautrock. Ancora una volta la bilancia del suono della band gravita soprattutto intorno ai rumorismi e alla tastiera impazzita di Bobby Matador, straziate, penetrante, a tratti furente: nella title-track si intuiscono rimandi agli anni ’60, mescolati ad accelerazioni post-punk.

In pratica si celebra l’unione fra lo stress paranoico alla Velvet Underground, il cantato ironico che mescola vocalismi del pop sixties e riflessi punk e i feedback alla Jesus and Mary Chain: un cocktail micidiale. “Tennessee” è un brano più riflessivo, ipnotico, cadenzato dai battiti della tastiera, narrato con voce profonda, pronto ad esplodere in un ritornello epico in perfetto stile glam anni ’70.

Gli Oneida in appena un anno sono riusciti a compiere passi da gigante, arrivando a padroneggiare con sicurezza stili ed episodi diversi quando non diametralmente opposti fra loro (se prima si era parlato di frastuono ed ironia, i timidi vocalizzi dopo il secondo ritornello in “Tennessee” sono quanto di più commovente e straziante possa esserci). Un organo arrivato diritto diritto dalla jam acide e psichedeliche di fine anni ’60 trascina “Helltrain” in un’orgia calda, spezzata da un riff garage e da un cantato folle e stralunato, prima di un tiratissimo assolo di chitarra; due minuti e poco più di pura pazzia sonora.

Gli Oneida si permettono anche una cover: trattata alla loro maniera “Sinister Purpose”, ripresa dal repertorio di John Fogerty con i Creedence Clearwater Revival, acquista un fascino quasi demoniaco, fra mura di suono edificate con straordinaria perizia e trascinanti evoluzioni chitarristiche. Sulla carta tutto dovrebbe concludersi così, ma i quattro scalmanati si concedono una traccia nascosta: quindici minuti di strumenti che si rincorrono, pronti ad esplodere nell’improvvisazione e nel rumore, trainati come al solito da chitarra e organo.

Una jam session in piena libertà, così come libera appare la mente di Bobby Matador, Papa Crazy, Kid Millions e Hanoi Jane, che prendono il nome da una tribù di nativi americani e fanno del meticciato la loro arma nascosta. Purificanti.

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