U2, All That You Can’t Leave Behind (Island, 2000)

20 anni fa, il viso di un bimbo piccolo dall’espressione già adulta faceva capolino nelle vetrine di alcuni negozi di dischi. Era la copertina di un album chiamato “Boy”, di un gruppo che di nome faceva U2. Qualche cliente diede credito alla cover e la fece sua. Da quegli attimi sarebbe partita una delle più grandi avventure musicali della storia del rock, della quale in questi giorni celebriamo questo importante compleanno e soprattutto l’uscita di un altro capitolo di una storia affascinante e controversa. Pare che anche per i 4 irlandesi sia arrivato il momento in cui ci si guarda un po’ indietro, cercando almeno di recuperare quelle cose, quei momenti o quelle persone che non puoi permetterti di lasciare alle spalle. Tutto ciò che servirà davvero per il futuro. Con “All that you can’t leave behind” gli U2 tornano a casa, da dove sanno che prima o poi una melodia pura e sanguigna sgorgherà dal pozzo in mezzo all’aia. Infatti, l’album è pieno (quasi fin troppo) di ballads, dove è palese la ricerca della linearità e del pathos. “Walk on”, “Kite” e “When i look at the world” (il prossimo singolo?…) sono tutte figlie o figliastre di “With or without you” e “One”, ne possiedono le stesse radici passionali, pur senza arrivare ad essere capolavori. A tal proposito, è molto difficile intravedere il masterpiece in queste 11 canzoni: “Beautiful day”, il singolo lancio, è un pezzo godibile e solare, una specie di “Stories for boys” aggiornata, purtroppo non indimenticabile. C’è qualcosa di monolitico in “All that…”, c’è un senso di pace e positività che impregna ogni traccia. Alcune di esse ne beneficiano (le sopracitate ballatone e “New York”, a mio avviso il pezzo più intrigante di tutto il lavoro), altre invece si siedono, come intorpidite (“Peace on earth” e la finale “Grace”). Bono, come al solito, è un grande interprete: in “Kite” la sua voce roca è un inno all’autocontrollo delle imperfezioni e lascia brividi sulla pelle. Egli pare realmente a posto con sé stesso, rilassato. Chissà, forse è questa la chiave per apprezzare “All that…”: essere sulla sua stessa lunghezza d’onda. Ci proveremo.

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