JEFF BUCKLEY & GARY LUCAS, Songs To No One 1991-1992 (Self, 2002)

Un arpeggio evanescente come un miraggio, un brivido, una voce che appare. Gli undici minuti di “Hymne à l’amour”, splendidi e commoventi, valgono da soli l’acquisto dell’ennesima operazione di sciacallaggio compiuta ai danni di un grandissimo Artista quale era Jeff Buckley.

È il 1991, alla St. Ann Chapel di New York si organizza un concerto tributo alla geniale follia di Tim Buckley. Herb Cohen, che di Tim fu manager, è uno dei pochi a sapere che in California un giovane chitarrista con un cognome ingombrante sta movendo i primi passi nel mondo della musica: questo ragazzo si chiama Jeff Buckley, e accetta di partecipare al tributo a quel padre che ebbe così poco tempo di conoscere.

Qualcuno suggerisce di affiancare al ragazzo-dal-cognome-importante uno dei fondatori della Magic Band di Captain Beefheart, Gary Lucas; il concerto alla St. Ann è un trionfo per Jeff, e segna la nascita del progetto Gods & Monsters, con il giovane Buckley alla voce e Lucas alla chitarra.

2002. La parabola artistica di Jeff è stata tanto meravigliosa quanto tragicamente breve: la brusca rottura con Lucas, il periodo del Sin’è, quel capolavoro indimenticabile che è “Grace”, la scomparsa. Da cassetti che dovevano rimanere chiusi spuntano le canzoni del progetto Gods & Monsters, pubblicate a distanza di dieci anni e sottoposte alla mano decisamente poco invasiva di Hal Willner in fase di produzione.

Se poco sopra si è già detto dell’incanto di “Hymne à l’amour”, bisogna aggiungere che il resto dell’album non è ai livelli di quella canzone, né a maggior ragione è paragonabile a “Grace”: “Songs to no one” si mantiene in equilibrio precario su un suono che va dal folk sui generis della title-track agli echi del Dirigibile di “Cruel” e “Harem man”, dal punk di “Malign fiesta” al ritmo in levare di “How long will it take” (che ricorda “Redondo beach” di Patti Smith).

Nel disco sono presenti anche due gemme che andranno a finire nel debutto di Jeff, vale a dire “Mojo pin” e “Grace” (entrambe inevitabilmente grezze e lontane dalla perfezione assoluta delle versioni “ufficiali”), oltre alla commovente “Satisfied mind” già presente su “(sketches for) My sweetheart the drunk”, alla quale Hal Willner ha aggiunto una parte di chitarra.

“Songs to no one” ha un solo difetto: non è “Grace”. Quello è l’unico album che Jeff avrebbe voluto lasciarci. Davvero difficile giudicare positivamente un disco come questo, e non per la qualità della musica proposta, ma per il carattere disgustosamente commerciale dell’operazione: questo è il quinto album postumo di Jeff Buckley, è appena uscito un cofanetto di singoli e rarità, e l’anno prossimo è in programma la pubblicazione di “Café days”, l’ennesimo live contenente tutte le registrazioni dei concerti al Sin’è.

La storia dei vari Jimi Hendrix e Kurt Cobain si ripete, sempre uguale: Arte sfruttata per ricavarne soldi. Il modo peggiore per infangare il nome di artisti straordinari. Triste, molto triste.

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