BRYAN FERRY, Frantic (Virgin, 2002)

Bryan Ferry, ovvero il damerino del rock. Così snob da tornare sulle scene con un album composto quasi per metà da cover, da Bob Dylan a Riccardo Cuor di Leone. Pretenzioso? Forse, ma è quello che ci aspetteremmo dal personaggio. Come altri suoi illustri colleghi hanno insegnato in precedenza, per realizzare un grande ritorno, è necessario circondarsi di illustri collaboratori che nobilitino l’artista protagonista. E in questo Ferry non ha certo lesinato: da Dave Stewart a Chris Spedding, da Brian Eno a Jonny Greenwood.

“Frantic” è una bella raccolta di canzoni d’amore, trattate con il garbo e il gusto che è proprio di Bryan Ferry, coadiuvato dal fido produttore Rhett Davis. L’album apre con “It’s All Over Now Baby Blue”, prima cover “rubata” a Mr. Zimmermann, che nelle mani di Ferry diventa un piacevolissimo country swing, in cui il nostro si cimenta anche in improbabili assolo di armonica. L’atmosfera è gioiosa e composta allo stesso tempo.

Già con la seconda canzone, “Cruel”, si cambia registro; l’atmosfera si fa più “cool” e la voce di Ferry si fa più suadente. Il brano è scritto da Ferry in collaborazione con lo Eurythmics Dave Stewart, che regala alle canzoni preziose pennellate chitarristiche. “Goddess Of Love”, primo singolo tratto dall’album e anch’esso scritto con Stewart, torna invece alle atmosfere solari del rock/pop.

Tralasciando le cover che nulla aggiungono a questo lavoro, le sorprese più piacevoli le abbiamo con i brani inediti. “Ja Hun Hons Pris” è una breve canzone di origine medievale, interpretata dal soprano Mary Nelson. Il brano è una perfetta introduzione per la traccia successiva, “Fool For Love”, delicatissima ballata, in cui si intreccia l’onnipresente armonica con le tessiture chitarristiche di Chris Spedding, compagno d’avventura di Ferry negli anni ’70. Altro brano, altra sterzata violenta. In “Hiroshima”, canzone sospesa tra suoni spaziali e progressioni armoniche spiazzanti, Bryan Ferry trova un perfetto alleato in Jonny Greenwood, che con i Radiohead di atmosfere cupe ne sa qualcosa…

Il disco si chiude nel modo migliore possibile. “I Thought” è un brano semplice ma fortemente evocativo, in cui si ritrovano due vecchi amici: Bryan Ferry e Brian Eno che, pur essendo uno dei musicisti più influenti degli ultimi trent’anni, ha avuto la malaugurata sorte di essere stato il primo tastierista dei Roxy Music. La canzone parte con l’andamento di una “marcetta sintetica”, per poi abbandonarsi ad una serie di avviluppamenti sonori come solo il buon Eno sa fare. Il tutto in quattro accordi.

Chi si aspettava un disco “di maniera”, destinato solamente a celebrare un’icona del pop, rimarrà piacevolmente sorpreso. Bryan Ferry sembra avere la forza, le potenzialità, ma soprattutto la spregiudicatezza per proporre cose originali e decisamente belle.

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