BETH ORTON, Daybreaker (Heavenly/EMI, 2002)

Terzo album per questa piccola cantautrice inglese, che arrivò nel 1996 a sorprendere tutti con un album che gettava ponti tra il folk e l’elettronica; l’album si chiamava “Trailer park”, e, come il suo magnifico successore “Central reservation”, sembrava una scintilla nel buio, atipico e bellissimo nel suo essere fuori dalle mode del momento. Canzoni semplici e abbaglianti, alla cui malinconia era davvero impossibile resistere.

Ora certi suoni sono inspiegabilmente diventati trendy (ricordate l’orda di band neo-acustiche calata dal Nord Europa lo scorso anno? Qualche buon disco e decine di cloni insignificanti già scomparsi), ma Beth è già da un’altra parte: “Daybreaker” apre al pop, quello migliore, insinuante e contagioso senza risultare mai, nemmeno per un secondo, ruffiano e banale.

La malinconia diffusa di “Central reservation” lascia il posto a un’atmosfera più rilassata e distesa, ma non tutto funziona a dovere, e certe canzoni non danno l’impressione di essere all’altezza di quanto fatto finora: “Anywhere” viene salvata solo dall’intervento dei fiati, mentre “Carmella” è semplicissima e accattivante, ma certo non sarà ricordata tra le sue cose migliori.

Per quanto possa esserci qualche passo falso (ma esiste il disco perfetto?), la qualità di questo album non è in discussione; voce e archi risaltano ancora meglio che in passato, e ci sono canzoni che lasciano senza fiato per la loro bellezza: è il caso dell’iniziale “Paris train” (archi in tempesta a inseguire linee vocali impazzite, e il tutto fatto con una grazia e una delicatezza davvero uniche), del pop perfetto di “Concrete sky” (composta con Johnny Marr e cantata in duo con Ryan Adams), dell’acida title-track prodotta dai Chemical Brothers (con un magnifico attacco vocale di Beth), del duo d’altri tempi con Emmylou Harris di “God song”.

La palma per la canzone migliore va però alla meravigliosa “This one’s gonna bruise”: una chitarra appena accarezzata crea una canzone di una malinconia straziante, le note e la voce a toccare le corde più profonde del cuore per non lasciarlo più.

Come i suoi predecessori, anche “Daybreaker” non è uno di quei dischi da amare incondizionatamente dal primo ascolto, ma una raccolta di canzoni che cresce lentamente, dalla quale bisogna lasciarsi conquistare poco per volta. Chi saprà avere la pazienza necessaria, sarà ripagato, credetemi: lasciarsi conquistare da queste dieci canzoni non è nient’altro che una dolcissima fatica.

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