AMARI, Apotheke (OnDaNomala Records, 2002)

Gli Amari sono i vincitori dell’edizione 2000 del concorso di Arezzo Wave (Love Festival) e “Apotheke” è la prima produzione di OnDaNomala, etichetta discografica indipendente che nasce dalla sinergia fra Arezzo Wave e lo studio di produzione Sound Studio Service, con la distribuzione del gruppo editoriale Feltrinelli. Questo per inquadrarli, per cercare quantomeno di dargli una connotazione precisa nel quadro geografico-musicale italiano.

La fusione di suoni degli Amari è alquanto eterogenea: a una base hip-hop si mescolano reminiscenze post-rock (ma quanto è abusato questo termine!!), un’attitudine pop, un amore ben delineato per l’elettronica inglese e qualche ideuzza riconducibile al gran calderone dell’indie rock.

L’album sinceramente mi ha lasciato un po’ a bocca asciutta. Al primo ascolto nulla mi aveva lasciato soddisfatto, non mi sembrava proprio che alle spalle dell’operazione ci fosse qualcosa di interessante. Mi sono quindi riproposto più ascolti, per cercare di capire, di cogliere. Ebbene, arrivato ad un numero di ascolti considerevole, devo in parte ricredermi.

I quattro ragazzi hanno dei numeri da mostrare, e lo fanno bene in alcuni episodi. Mi riferisco soprattutto alla prima traccia, “Camogli”, intelligente ouverture che ricorda da vicino i campionamenti e le tastiere di “Kid A” mescolati a rimandi a DJ Shadow e al bell’incedere di “Megamedio” (che il cd presenta anche come traccia video), dove l’hip hop – la matrice più forte, comunque – viene supportato da trombe, chitarre latineggianti e riff taglienti.

C’è da chiarire un punto a mio parere, comunque: l’intera operazione non è altro che musica pop da classifica mimetizzata in una cornice che di veramente forte e originale ha ben poco. Come si fa a parlare di originalità quando ogni canzone ti riporta ad un artista preciso? Domanda che giro a quanti ascolteranno quest’album (che comunque a 9 euro potrebbe valer la pena acquistare): è vero, i punti d’ispirazione sono variegati, ma i rimandi (siano essi i Radiohead, i 99 Posse, Max Gazzè, i Marlene Kuntz o chi altro per loro) sono troppo ovvi, e pesano sulla band – probabilmente ancora troppo inesperta per trovare una propria via espressiva.

Alcuni passaggi risultano poco oliati, la tendenza al ritornello “straniante”, ma in fin dei conti banale, fa troppo nuovo pop italiano (e rovina canzoni come “Pianetarock”), la voglia di stupire a tutti i costi porta a scelte stilistiche opinabili, come la divisione secca tra prima e seconda parte in “Berlino è silenziosa”. A conti fatti gli episodi migliori sono quelli più trattenuti, come l’interessante “Ottakring” e la finale “Whale Grotto”.

Insomma, una prova non completamente soddisfacente, forse capace di buone vendite, ma poco coraggiosa e che a volte puzza un po’ di “operazione commerciale”. Se gli intenti non fossero questi, mi scuso e buona fortuna (una ricerca approfondita sulle idee buone potrebbe portare ad un futuro roseo). Se gli intenti fossero questi MTV è il futuro (ma allora che senso ha parlare di musica indipendente?). Rinviati a giudizio.

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