DAVID BOWIE, Heathen (Sony Music, 2002)

Quando David Bowie si mette a giocare con quella abusata e bistrattata forma musicale chiamata “canzone”, sinceramente non ha rivali. Può darsi che questo “Heathen” lascerà delusi tutti quelli che si aspettano l’ennesimo miracolo del Duca Bianco. Purtroppo questi si dovranno “accontentare” di un ottimo album realizzato da un artista che dopo trent’anni di una spettacolare carriera riesce ancora a regalare momenti di grande musica.

“Heathen” si distanzia in maniera decisa sia dai suoni post-industriali di “Outside” e di “Earthling”, sia dalle atmosfere incolori di “Hours”. Dovendo per forza cercare dei parallelismi, possiamo parlare di un “Low” più accessibile, più adatto al formato canzone. In verità, tale paragone non può non essere condizionato dalla presenza come produttore di Tony Visconti, vecchio compagno del Bowie più sperimentale.

Ciò che colpisce di questo disco è l’atmosfera cupa e pesante che incombe su tutti i brani. Eppure ciò che scaturisce è una certa serenità interiore, libera da quella paura di invecchiare e scomparire che pervadeva “Hours”.

La canzone di apertura, “Sunday”, è dominata da un tappeto di archi e da barbagli di chitarre che illuminano a scatti un paesaggio sonoro assolutamente desolante; su tutto, la voce funerea di Bowie, ammaliante ed unica come sempre. Già con il secondo brano, ci imbattiamo in una delle cover che compongono il disco. “Cactus”, vecchio brano dei Pixies, restituisce un po’ di movimento al disco, senza però spazzare via quella cappa di velata malinconia che permane. Ma sono decisamente i brani originali a farla da padrone. “Slip Away” è una dolcissima ballata, accompagnata da un etereo pianoforte, su cui si dipana una delle indimenticabili melodie alla David Bowie. Decisamente uno dei brani più riusciti del disco.

Come in tutti i dischi dei “vecchi leoni” che si rispetti, anche qui troviamo la presenza di ospiti illustri ad impreziosire il lavoro. E come ospite illustre abbiamo nientemeno che Pete Townshend che, tra un ennesimo tour autocelebrativo degli Who e l’altro, trova il tempo di prestare la sua chitarra ad un brano intenso come “Slow Burn”, decisamente più rock rispetto all’intero album.

Un’altra presenza importante va segnalata nella cover di Neil Young “I’ve Been Waiting For You”, in cui troviamo la chitarra del Foo Fighter Dave Grohl (già, proprio l’ex batterista di quel gruppo che molti ragazzini credono ancora abbia scritto “The Man Who Sold The World”; mah!). Anche qui l’energia rock sembra offuscare momentaneamente la patina malinconica del disco.

Tutt’altra aria si respira con la cover di The Legendary Stardust Cowboy, “I Took A Trip On A Gemini Spaceship”, in cui si rivivono le atmosfere sincopate di “Earthling” senza però affondare in un’orgia di drum machine e synth. Unica concessione ai ritmi schiamazzanti del passato. Perlopiù infatti la ritmica vive di batterie a spazzola come in “I Would Be Your Slave”, in cui è la melodia e ovviamente l’intramontabile voce di Bowie a dominare.

Sicuramente “Heathen” è un ottimo disco, la cui unica colpa è di avere giganteschi predecessori con cui è difficile fare i conti.

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