MANU CHAO, Clandestino (Virgin, 1998)

Album d’esordio per l’ex cantante dei Mano Negra; un’uscita che in un primo momento sembra passare inosservata e che invece un silenzioso tam tam trasforma giorno dopo giorno in un fenomeno da classifiche internazionali. Forse anche la voglia del grande pubblico di musica latina ha contribuito a questa ascesa, premiando sia l’aspetto commerciale incarnato dai vari spaventosi Ricky Martin e Iglesias jr., sia il lato qualitativo impersonato dallo stesso Manu, da Jarabe De Palo (altro ripescato attraverso una sua canzone vecchia di qualche anno, “La flaca”), dagli stessi Buena Vista Social Club, gli incredibili super abuelos cubani.
In verità, “Clandestino” è un lavoro che va molto al di là dei ristretti limiti dei generi; certamente il mood complessivo riflette una latinità esplosiva, però internazionalizzata attraverso interpretazioni in diverse lingue (spagnolo, naturalmente, ma anche francese, portoghese ed un esilarante inglese in “Bongo bong”, hit dell’album insieme alla title track). Credo che il grande merito di Manu Chao sia quello di aver capito quanto il mondo sia un grande melting pot, pieno di contaminazioni e di sangue bastardo; i linguaggi da lui usati sono il presente ed il futuro del pianeta (purtroppo non è presente l’italiano…) dove ognuno di noi si dovrà confrontare con le più svariate diversità, imparando la fatale parolina: tolleranza. E’ ottimo presagio il fatto che il grande pubblico abbia premiato questo figlio di spagnoli, cresciuto a Parigi, individuando nel suo affascinante crossover la determinazione di agire su tante coscienze un po’ precarie.

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